Live Video

Il live video per me è una forma di espressione che consiste nel mixare dal vivo basi premontate in modo da gestire le immagini per ricreare attraverso le luci e le ombre, lo spazio, e per poter far vivere le immagini negli ambienti. Sta a metà tra qualcosa che accade sul momento e qualcosa che è stato già preimpostato. Un ibrido tra la performance video, il vjing, e la videoinstallazione.

Live video for me is a form of expression that consists in mixing pre-assembled bases live in order to manage the images to recreate the space through lights and shadows, and to make the images come alive in the environments. It is somewhere between something that happens on the spot and something that has already been preset. A hybrid between video performance, vjing, and video installation.

I video presenti nella galleria non rappresentano la totalità delle produzioni di questo genere. L'elenco completo dei live video è alla pagina CV.

The videos in the gallery do not represent all the productions of this genre. The complete list of live videos is in the CV page.

RECENSIONI/REVIEWS

EX

"Ex" di Giuliana Urciuoli è uno studio sulle trasformazioni e le metamorfosi che caratterizzano ogni essere vivente; una musica disarmonica, stridente, accompagna i gesti spezzati, quasi inumani dell’interprete. I movimenti convulsi e inquietanti sono bruscamente interrotti da pause di silenzio e immobilità, a rappresentare l’evoluzione discontinua del corpo e della natura. Di fondamentale importanza le videoproiezioni, curate da Alessandro Amaducci, che modellano il corpo e lo astrattizzano, creando immagini e suggestioni di grande fascino.
Elisa De Marchi, http://www.nonsolocinema.com/PREMIO-PER-LA-GIOVANE-DANZA-D_17294.html (2009)

 

The Real Doll

Le Piémont a envoyé à Chalon une programmation éclectique, du solo au nouveau cirque, de la performance au design. Quelques minutes avant Tripodi, c’était au tour de Paola Chiama de présenter The Real doll, projection d’images au féminin sur le corps de la performeuse enfermée dans une boîte d’exposition. Simple et efficace, ce projet oscillant entre danse et arts visuels (vidéo de Alessandro Amaducci), rafraîchit la palette des propositions en espaces publics."
Floriane Gaber http://www.fluctuat.net/6445-Festival-Chalon-dans-la-rue (2006)


La vita vera comincerà domani (dedicato a Salvador Dalí)

Nel 1944 il genio incontenibile e tracimante di Salvator Dali si applicò anche alla scenografia di un balletto, Il Tristano folle, rappresentato all'International Theater di New York: nulla a che vedere con La vita vera comincerà domani. primo studio "dedicato a Dalí" di Paola Chiama, Doriana Crema e Alessandro Amaducci, Il piccolo gruppo o Nucleo del Tratto Solitario (costola del torinese Agar), ha accettato una commissione di «Danzare l'Arte», fiore all'occhiello del ricco festival «Civitanova Danza» che asseconda le mostre della Fondazione Mazzotta nella cittadina marchigiana, già di per sé segnate da un elegante gusto trasversale.

Dopo Andy Warhol, l'omaggio a Dalí e ai Surrealisti si dipana tra litografie, piccole sculture, disegni, acquarelli, acqueforti, opere ispirate all'estroso Catalano e alcuni meravigliosi Cadavres exquis, creando una scia di tipicità surrealiste cui si collegano anche gli autori di La vita vera comincerà domani. La loro piece, come le opere in mostra del Cracking Group, è una libera liflessione a partire da Dalí, e un lavoro a più mani (come i Cadavres exquis), nonostante in scena si ammiri solo un’unica silhouette filiforme e cangiante: quella di Paola Chiama. Con un lungo manto nero la solita comincia il suo viaggio onirico solleticando il ricordo del ritorno alla Chiesa del pittore, delle sue Madonne di Port Lligat con in grembo un Bambin Gesù, che qui non è altro che un bambolotto bisquit.

Dalle dolenti pose al ralenti della Vergine, grazie al corto circuito di un agghiacciante sorriso, a una trasformazione sexy e a un auto-strangolamento con la cornetta di un telefono poggiato su una tavola nuda. Tutta la piccola scena è però quanto mai dilatata: mentre la performer assume nuove sembianze con avvincente sobrietà gestuale, scorrono dietro di lei grandi sfondi ocra con finestre, squarci di nuvole mediterranee, rose che si formano dal nulla e qualche volto camuffato ma noto, il fratello morto prima che Dali nascesse, l’invadente musa e moglie Gala. Ma spesso anche la protagonista di La vita vera comincerà domani compare in video; la sua effigie viene triplicata; è cadavere eppure si muove seguendo lo scorrere di sogni, tentazioni e perversioni nascoste chiaramente dettate dal “delirio paranoico" surrealista.

Come i famosi "orologi molli" di Dalí certe immagini sembrano liquefarsi, prefigura no scene horror o autobiografiche fobie. C'è una attentato col coltello all’incolumità del piccolo giocattolo Gesù e una bambola tutta rosea (sempre la Chiama dal vivo e come ombra) che corre con quelle stampelle presenti in tante tele del Catalano. mentre brandelli di carne si affastellano sul fondo in un'orgia da spezzatino - si sa dell'idiosincrasia di Dali per il cibo- culminante nella fagocitazione del suo corpo raggomitolato dentro la ridondante immagine barocca.

Guidata da encomiabile coerenza e freschezza e mai tentata dalla didascalia, (...)senza atterrare mai dalla vertigine del sogno-incubo, la pièce crea davvero in chi guarda l’angoscioso bisogno di qualcosa di prosaicamente reale, di non procrastinabile a quel “domani” che non arriva mai.

Marinella Guatterini, Gli incubi di Salvador a passo di danza, Il Sole 24 Ore, 31 Luglio 2005

 

(…) E dulcis in fundo, come un’autorevole conferma, si è visto La vita vera comincerà domani, lo spettacolo inquietante e bellissimo che Civitanova Marche ha commissionato a Paola Chiama (validamente assistita da Doriana Crema) e al videoartista Alessandro, in occasione della grande mostra dedicata a Salvador Dalí. Un autentico capolavoro e una laurea con lode per Paola Chiama e la sua personalità conturbante. Entra in scena come una vecchia lady in abito lungo e attraversa in diagonale il terrifico salone della casa Usher, quasi entrando nel quadro che la raddoppia, in un gioco di specchi occultati e rimandi colti, proiettati su un immenso schermo dal video di Alessandro Amaducci, che scava nei surrealismo di Dalí e lo confonde con il noir di Poe. Mentre Pierpaolo Marini frulla in salsa pulp l’allegra cantilena dei gialli di Hitchcock fino a renderla pura immagine della letteratura gotica. Paola Chiama diventa un angelo del bizzarro e manovra un coltellaccio evirando zucchini iniettati di sangue. Con la complicità delle luci rarefatte e spettrali di Paolo Pollo Rodighiero, che denudano e trafiggono ogni anfratto di quel castello-fantasma, la fragile Paola si trasforma in una donna gonfia e bellissima, in vestaglia di seta, che esplora il suo boudoir sconnesso e metaforico, come un ragno la sua rete. Nell'ultimo quadro, è una perversa bambina immorale che vola sulle stampelle, intorno al tavolo imbandito, la vestina svolazzante intorno alle sedie Chippendale di velluto cremisi, ammiccante al bambolotto che poi sevizierà, in un crescendo opprimente di immagini frante, carne sfatta e sangue grandguignolesco tra incanti di memoria e geniale ossessione del simbolo.

Claudia Allasia, La Repubblica Torino, 24 Settembre 2005

 

Cartoline dall’inferno

(...) Agghiaccianti e dedicate agli utenti che pensano di aver scoperto ogni meandro violento, ogni crudo labirinto svelato dalla comunicazione globale di Internet, sono le Cartoline dall’inferno prodotte da Steve Morino e Alessandro Amaducci. Le invieranno (...) in una scatola proiettiva, in una black box senza uscita, che moltiplicherà frammentando le immagini, restituendo al pubblico clip in diretta dai peggiori incubi contemporanei.
Alessandra C, Tecnoteatro, La Stampa Torino Sette n. 771, 19.02.2004

 

Hitler Garden

“L’olocausto, la svastica, il nasizmo esoterico, le grandi masse umane bruciate o messe in scena gioiosamente da Leni Riefenshtal, l’amore di Eva Braun, l’infanzia... (...) Attraverso gli occhi e le attitudini del bambino Adolf Hitler, Amaducci e Morino obbligano lo spettatore a una visione insopportabile, costruita con una serie di stanze mentali e fisiche in cui il senso di alienazione e paranoia governano tutto. Il Mondo diventa la stanza dei giochi di un bambino in cui si alternano con noncuranza riso e pianto, divertimento e furore, bene e male, gioia e violenza, gioco e tortura, sesso e morte.”

Sottolamole.it, 12 febbraio 2003

“(...) La sala di Hiroshima per una sera diventerà la stanza dei giochi del Führer bambino, intrisa di esoterismo e “loghi” comuni. Quei simulacri, buoni o malvagi che siano, che ci mostrano la nostra identità più intima, sgradevolmente nuda. Quattro schermi rivestiranno interamente le pareti, delimitando un’area circolare dalla quale lo spettatore non potrà fuggire.

Una camera degli orrori filtrata dagli occhi di un bambino, dove la brutalità della realtà non esiste, ma diventa unicamente un sogno allucinante, ripetitivo. Nei giardini di Hitler il tempo assume una struttura mandalica, si parte dall’inizio per tornare alla fine. In un moto circolare che non lascia scampo.

(...) Amaducci e Morino si soffermano sul concetto fondamentale della banalizzazione della memoria. La tragedia porta all’oblio difensivo. (...) Oggi, a più di cinquant’anni dalla fine del conflitto mondiale, pare che su quello scorcio oscuro della storia moderna si vogliano spegnere i riflettori. Troppa sofferenza, troppo orrore. Troppo di tutto. Come nella camera di un bimbo sadico che inchioda le farfalle.”

Alessandra C, Tutti gli orrori del giardino di Hitler. La stanza dei giochi del Führer bambino: la performance di Morino e Amaducci tra simbologia e estetica nazista, Torino Sette, La Stampa Torino, 7 febbraio 2003


 

Rivedere il passato attraverso i ricordi dell’animo fanciullesco, ripercorre la vita con gli occhi di un bambino. Operazione insolita se quello sguardo, quegli occhi, sono di Hitler. Pazzia creativa, coraggio artistico, provocazione? Qualcuno fra il pubblico potrebbe non apprezzare lo spettacolo “Oppure esserne colpito o sconcertato più che da uno dei tanti documentari televisivi sulla Seconda Guerra Mondiale.” dice ancora l’ideatore del progetto. Che non è facile da spiegare, men che meno immaginare: “È da un po’ di anni che io e Amaducci ne parlavamo, poi l’anno scorso abbiamo realizzato la performance sulle Torri Gemelle, e questa ci è sembrata la stagione giusta.” Così ha preso forma un allestimento video-sonoro che “imprigiona” poco più di un centinaio di spettatori nella scatola nera della sala Majakowskj, la camera da bambino del Führer. “Lo stimolo iniziale è stato l’estetica del nazismo, lo stile di quelle parate, di quei simboli tragici, e da lì abbiamo cominciato ad immaginarci come potesse essere il signore coi baffetti da piccolo.” Un’operazione che può sembrare esagerata. “Infatti il periodo nazista continua ad esser un tabù, noi crediamo sia ora di lavorare contro la banalizzazione della memoria.” Lo definisce anche uno “spettacolo amorale”, un voler approfondire “La follia di un delirio collettivo di milioni di persone, ovvero la dotta Germania, l’élite europea.” Immagini create, d’archivio, prese da internet, elaborate al computer, realizzate live da Amaducci in parallelo al linguaggio della musica elettronica: “Saranno proiettate su quattro schermi, un documento per capire un fenomeno nel suo aspetto più irrazionale, esoterico.” spiega il regista. Entrambi non se la sentono di scommettere come sarà l’atmosfera della serata.”

Tiziana Platzer, Tecnoteatro. I sogni di Hitler bambino in scena all’Hiroshima, La Stampa Torino, 12 febbraio 2003


Lo schermo tripartito si offre come un affollato spazio estetico e forse mentale in cui si dispiegano le immagini adorate e odiate; mostrate con orgoglio e nascoste con vergogna; piene di grazia e di orrore di un secolo che non vuole morire. L’Hitler garden non è solo il paradiso della fantasia di un Hitler-bambino che gioca con il suo piccolo mondo di fantasia (noi tutti) ma è anche ciò che egli ha lasciato dietro di sé, la sua eredità inconfessabile e mai abbastanza confessata, a noi suoi nolenti bambini. Dall’orrore di Hiroshima alla vivisezione, dalle masse disciplinate in immagini angolose di Leni Riefensthal al Nazi porno, dal dolore senza nome del Lager alle tranquille immagini dei figli del tranquillo signor Goebbels. Un immaginario che ha segnato un intero secolo, stordente, allucinato, più nella sua apparente familiarità che nella sua orrida alienità.
La civiltà dello spettacolo deve molto a Hitler, indubbiamente deve a lui la sua distorsione, il suo allontanamento definitivo, ultimativo dal dettame dimenticato del decalogo “non ti farai immagine alcuna di ciò che è in cielo in terra, nell’aria e nelle acque”. Un idolo che aveva immenso bisogno di immagin(ARS)i (molto più del mussolino che puntava tutto sul suono). La performance si apre con gli splendidi, ingenui, magnificenti film dada-surrealisti (gli ultimi veri film che abbiamo avuto) interrotti, devastati infine annullati da svastiche e improbabili nazisti South-Park, perché un secolo che prometteva tanto bene è finito così male? E si chiude, quasi, con delle laceranti, improponibili, cartoline da Auschwitz con tanto di Jingle natalizio, e se davvero noi avessimo commesso davvero questo peccato orrendo? Dopo aver permesso Aushwitz lo avessimo fatto diventare una cartolina? Questo pensiero mi tormenta in continuazione, e fatti recenti, cronaca, mi fanno salire una nausea rivelatrice.
C’è un Lager dietro ogni angolo in questo secolo XXI, le immagini dei vecchi/veri Lager nazisti sono arte. L’arte è merda. Amaducci no, è un uomo gentile, un professore universitario che lavora con serietà a dispetto dell’Università (questo lo dico io non lui) Un uomo che non ha paura della sua parte oscura (la nostra) o che perlomeno la sopporta. Il che di questi tempi non mi pare poco. Non mi sembra ci sia altro da aggiungere …. Ah sì … “VI DICHIARO TUTTI MORTI”.
Andy Conti, Alessandro Amaducci Hitler Garden videoperformance, in AAVV, Incontemporanea Arte, Quaderni d’Arte n. 2, Genova, Name Edizioni, 2004


Attacco psichico

(...) Sta per iniziare uno spettacolo intitolato Attacco psichico. Il creatore di immagini del caso è Alessandro Amaducci, noto videomaker torinese, che sta in piedi sopra una pedana e qui, come se stesse sul ponte di comando di una nave stellare, manda immagini in tutto lo spazio. La luce taglia l’aria e le sagome delle persone sembrano perder di consistenza fino a levitare. Ritrovarsi all’improvviso dentro questa nebbia luminosa dà l’impressione di fluttuare nello spazio; in una specie di temporanea inversione di campo sembra che i corpi si alleggeriscano mentre perndono maggior peso e sostanza le figure proiettate sugli schermi. Tutto sembra diventare un gioco illusorio dove magari all’improvviso può materializzarsi una porta aperta.
Fabrizio Vespa, Da Mulholland Drive a via Bossoli, La Stampa Torino, 23 febbraio 2002

Soundscapes
La figura elegante e slanciata, le dita affusolate al mixer video, il look neogotico del videomaker, teorico e docente del Dams di Torino, contribuiscono non poco nel creare mood e style complessivi del vj set di Alessandro Amaducci. Se molti vj provengono dalla computer grafica, dal mondo del flyers e delle copertine dei cd, Amaducci è invece un prolifico autore di opere video complesse e poetiche (Illuminazioni da
Rimbaud del 1994, Spoon River del 1999-2000), spesso selezionate nei più importanti festival mondiali. E un fine teorico, che si confronta con la questione della fondazione ontologica di un'estetica della videoarte
nel suo ultimo testo Segnali video, GS editrice. Risulta quindi particolarmente interessante il volgersi della sua attività alle performance live dello scratch visivo. Le serate di Soundscapes nascono dall'incontro avvenuto nei locali di Hiroshima Mon Amour di Torino tra Amaducci e il collettivo di dj
General Elektrik. Nell'organico di G.E. confluiscono significative esperienze della scena elettronica torinese (la techno dei Adishaboom! e la drum'n'bass della Fondazione Flipp Out) e una fitta rete di scambi con dj europei. Il loro set parte dalla musica elettronica tedesca per arrivare a un suono techno non particolarmente estremo, che contiene il bpm vicino a quello del cuore che pompa energia. Il vj set di Amaducci è la creazione di una pulsazione di immagini, transiti ritmici da un flusso di immagini all'altro, in sincronia alla base sonora, al suono delle casse. La serata al Tunnel di Milano, uno dei primi music club in Italia ad aver presentato vj set, è stata organizzata nell'ambito di inVideo, rassegna di video d'arte e ricerca, che ha esplorato nell'edizione di quest'anno le contaminazioni di suono e immagine
con l'omaggio a Chris Cunningham e la tendenza delle immagini a sfuggire dai monitor con il seminario di Simonetta Cargioli sulle installazioni interattive. La vjing art rappresenta entrambe queste direzioni. L'effetto video immersivo del set al Tunnel è stato affidato a una grande proiezione centrale su schermo e a due proiezioni sui muri ai lati, asimmetricamente orientate. Il titolo del set, paesaggi sonori, evoca per suggestioni il progetto di una sonologia ambientale di Murray Shafer.
Amaducci è al controllo del mixer video e gestisce live con luma-key e chroma-key l'intarsio dinamico delle immagini, prelevate da vhs delle sue opere video, e l'applicazione dei vari effetti di transizione geometrica: tendine, finestre, suddivisioni dello schermo ecc...L'impressione è di una grande ricchezza e varietà di immagini, che non si ripetono mai o quasi, a differenza di quanto avviene in molti vj set caratterizzati dall'uso e abuso di loop, con cui è più facile creare una musicalità visiva e stimolare la dance. Tuttavia la lentezza della reazione oculare rispetto a quella uditiva è all'origine di una iperstimolazione visiva con effetto allucinatorio, e forse paralizzante per la dancefloor.
Il vjing di Amaducci ritrova le caratteristiche essenziali e sorgenti della videoarte, nella sua differenza di natura dal cinema e nella sua parentela con la musica: l'immagine video è pura energia in flusso, senza supporto e senza identità originaria, metamorfosi in sé, invisibile e quindi musicale, pura variazione di frequenza, distruzione del fuori campo, antinarratività.
Ma non solo: il vjing è tutto questo al quadrato, elevato alla seconda potenza, perché manipola opere video già costituite con queste caratteristiche, per dare loro una nuova vita come movimento dei corpi danzanti nella dancefloor.

Lavinia Garulli, vjing art Soundscapes: suoni e immagini dal futuro Alessandro Amaducci, General Elektrik Milano, Tunnel Uscita Nuovi Suoni,
https://www.exibart.com/visualia/vjing-art-soundscapes-suoni-e-immagini-dal-futuro-alessandro-amaducci-general-elektrik-milano-tunnel-uscita-nuovi-suoni/, 2001


Q33NYUSA

Come si fa a parlare dell’oggi che diventa Storia, quando l’oggi non è ancora finito? Come si fa ad asciugare il fiume roboante della cronaca per cogliere l’essenza limpida degli eventi? È quasi impossibile. Ancor più impossibile se sono le radici del mondo ad essere sconvolte. Parlare delle Twin Towers, e della loro distruzione, raccontarle con la voce della poesia e la fascinazione del racconto, è quasi violenza disperata. Con un guizzo d’audacia profonda, dettata dall’urgenza del dire, ci provano, con impeto e orgoglio, tre artisti eterogenei che sanno mescolare tecnologia e mito. (...) Sfidando la retorica per rimanerne immuni, hanno concepito un’opera, Q33NYUSA, in cui musica e visioni hi-tech accompagnano lo spettatore attraverso 14 stazioni, che al pari di una via crucis ripercorrono la sofferenza immane di una passione necessaria per giungere alla redenzione suprema. Lo spettatore viaggia con gli occhi di un Icaro alieno alla volta del regno di Babele. Il Caos risucchia, epico e puro, in un impatto emotivo di grande forza espressiva che apre la strada ai pensieri.
Alfonso Cipolla, New York. Via crucis della storia, La Repubblica Torino, 23 Dicembre 2001