Un po’ enigmatico, vestito di nero e occhi truccati. Ho visto alessandro per la prima volta alla rassegna INVIDEO 2003. In quella occasione ha presentato I corpi nel labirinto. I videoclip di Michel Gondry”. Una bellissima raccolta di video musicali dal 1992 fino all’ultimo Come in to my world di Kylie Minogue. Ma ho parlato con lui solo due mesi dopo, in occasione di una sua lezione sulla videoarte a Pisa. Ed è così che abbiamo l’opportunità di farvi sapere cosa pensa sulla videoarte e sul mondo che le circola intorno.

Come nasce la tua passione per il video?
La mia passione per il video è nata da una sorta di “cinefilia tradita”: quand’ero piccolo volevo fare il regista, mi piacevano i film di fantascienza, i film di Fellini, Bunuel, poi ho scoperto il cinema d’avanguardia, e di lì mi son appassionato ad un cinema di immagini e non di parola. Disegnavo fumetti, ho fatto l’illustratore, ho lavorato per gruppi teatrali indipendenti e suonavo le tastiere in gruppi new wave dark, poi ho visto in una rassegna The art of memory di Woody Vasulka e Dal cavalletto alla città di Gianfranco Barberi e Marco Di Castri e da lì ho capito quello che veramente mi piaceva, e quello che cercavo (invano) al cinema e altrove: l’immagine e il suono allo stato puro: l’immagine elettronica, la videoarte. E da lì in poi ho capito che l’elettronica e (poi) il digitale potevano dare forma e soprattutto una sintesi a tutto quello che stavo facendo in maniera confusa: immagine, suoni, teatro, eccetera.

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Parlando di videoclip, trovi che ci sia una ricorrenza ciclica di immagini nel passare degli anni?
Direi di sì: quello della moltiplicazione del personaggio, che è una formula inaugurata da Zbigniew Rybcynski nei clip che ha fatto per John Lennon, Imagine, ma anche per Mike Jagger; la si ritrova in molti videoclip, che citano più o meno direttamente Rybczynski o usano questo stilema. C’è una sorta di ipervalutazione del corpo, di messa a specchio dell’io in questi anni che riprende in maniera diretta lo stile di Rybczynski. E poi c’è il corpo-macchina, il robot, il cyborg, e soprattutto un certo tipo di astrattismo che si rifa da un lato alle avanguardie più recenti (McLaren, Len Lye) dall’altro alle scoperte dell'astrazione digitale.

Sapresti dirci qualche nome di video artista che attualmente dirige videoclip?
Ci sono stati dei passaggi diretti negli anni Ottanta, un periodo fecondo musicalmente e visivamente. Rybczynski era uno di quelli, ma poi c’erano anche William Wegman e Philippe Decouflé per i New Order, e Eve Ramboz per alcuni gruppi francesi. Bisogna ammettere che adesso capita più spesso che alcuni registi di videoclip siano considerati degli artisti e “sforino” nel mondo dell’arte come Chris Cunningham, Floria Sigismondi, Michel Gondry o Anton Corbijn. Un caso recente di simbiosi fra il mondo della videoarte e quello della videomusica è la collaborazione fra Bill Viola e Trent Reznor (Nine Inch Nails), per la produzione di immagini usate dal vivo durante il suo penultimo tour.

C’è più speculazione dietro al videoclip o alla videoarte?
Esiste un mercato dell’arte così come esiste un mercato del videoclip. Come mi ha spiegato un gallerista di Milano, “La fotografia, il video, sono giochi per ricchi”, ovvero: esiste un circuito di vendita che inevitabilmente condiziona il fare artistico. È un dato di fatto. Una volta andava di moda Paik perché era molto colorato e rassicurante, adesso Viola (che è una sorta di anti Paik), fra un po’ qualcun altro, e via dicendo. Il settore videomusicale è più condizionato dal mercato perché nasce essenzialmente come un ambito commercial: un videoclip serve a fare pubblicità. Ma anche in questo caso ci sono molte variabili, e soprattutto la ri-nascita della musica elettronica ha dato molto spazio alla creatività e all’ingegno di molti registi.

Cosa ne pensi di questo dilagare di sedicenti videoartisti? È una moda o un reale ampliamento di idee e mentalità? E in chiave autocritica, come ti definiresti?
Di fatto se c’è un dilagare di “sedicenti” videoartisti è perché la situazione permette che succeda. A chi mi chiede cosa faccio spesso rispondo “Faccio immagini”.

In cosa consiste la tua professione di VJ?
Per me fare il vj significa suonare le immagini. Non è esattamente una professione: anche in questo campo sono una sorta di nomade, lo faccio per un po’ poi.... scompaio. Mi piace l’idea del live, e la sintesi fra analogico e digitale. Quello che cerco di fare è creare atmosfere, dare un mood alla serata, e non offrire un semplice accompagnamento visivo al dj. In alcuni casi sono riuscito a usare i videoproiettori come unica fonte luminosa per le serata, così spesso il mio lavoro da vj è coinciso con quello del light-jay. Ora sto cercando di trasformare questa attività in una sorta di spettacoli live a tema, dove la musica solitamente è formata da una compilation di brani selezionati da me: ne ho già fatti alcuni a Torino: Q33NYUSA sulle Torri Gemelle, Hitler Garden, una rilettura paranoica del mito di Hitler, e soprattutto Attacco Psichico, uno spettacolo sulla paura, la morte, il corpo che è quello che sta andando un po’ più in giro degli altri. Questa forma di spettacolo la chiamo Teatro degli Automi Luminosi (dove gli attori sono macchine...).

Take it Easy n. 1, Concept pink, Editrice Il Quadrifoglio, Livorno, Estate 2004