Da molto tempo, quella di Alessandro Amaducci è una presenza costante nel panorama videoartistico italiano. Sei noto per la pubblicazione di libri, la realizzazione di molte opere, le attività didattiche, le contaminazioni con danza, performance e vj-set. Qual è il minimo comune denominatore della tua ricerca teorica e pratica?
Sono sempre stato attratto da tutti i tipi di avanguardie e mi hanno sempre affascinato gli artisti o i gruppi di artisti che in qualche modo teorizzavano (anche in maniera programmatica con l’uso dei manifesti) ciò che facevano.


Per me l’uso di un mezzo è sempre il frutto di una scelta consapevole, e le teorie dello specifico del mezzo mi hanno sempre convinto, anche nella loro parzialità estetica. Fortunatamente ho studiato la videoarte in un periodo in cui lesistevano teorie radicali che si basavano sul dimostrare la lontanza della tecnologia (e quindi dell’estetica) del video da quella del cinema, teoria che ho sposato subito e incondizionatamente, anche per un motivo molto semplice: che è bello avere un nemico. E soprattutto, è bello essere un artista che può spiegare la propria visione dell’arte.
Questo per dire, insomma, che la teoria e la pratica per me non sono stati mai due percorsi separati, ma piuttosto due binari che si rinforzavano a vicenda, per cui le attività didattiche e se vogliamo teoriche (i libri, l’insegnamento) sono sempre andati pari passo con quella pratica e viceversa. Sono convinto che usare un mezzo e contemporaneamente pensare al mezzo siano fondamentali per poter dire qualcosa con il mezzo.
Il corpo per me è sempre stato un luogo simbolico, l’unica cosa che ha un senso riprendere: non è solo una questione puramente formale, ma di estetica (nel senso filosofico del termine), vale a dire: dall’immagine cerco emozioni, sensazioni, sensualità, erotismo, paura, orrore, voglio che le immagini si sentano. Per cui il movimento di un corpo riconoscibile, così come il movimento delle immagini astratte, tutto ciò che inserisco a livello visivo nei miei video deve essere tribale, rituale, ipnotico, seducente, agghiacciante. Per questo motivo, ma ne riparlerò più tardi, mi piace il live sia teatrale che da v.j.: preferisco avere un pubblico vero, che sente e magari balla sulle mie immagini, che posso testare in diretta, che risponde fisicamente. Insomma, mi piace l’uso che si fa della tecnologia fredda per restituire qualcosa di caldo, o se freddo dev’essere, allora che sia di ghiaccio. Per questo motivo, stilisticamente, oscillo fra l’astratto e il referenziale, mischiando il più possibile le due dimensioni.

Durante gli anni che ti hanno visto attivo, gli strumenti si sono sviluppati nel senso di una maggiore interattività, e, lentamente, il video è stato assorbito dall’informatica; nel frattempo, sono morti e nati un infinità di formati analogici e digitali. Come hai vissuto tutti questi trapassi, e come, l’evoluzione della tecnologia, ha favorito o contraddetto le tue tendenze espressive? Ti sei mai sentito “spaesato”?


Sì certo: il mio libro Segnali video è dedicato a coloro che sono nati col televisore in casa, ovvero a quella generazione che ha vissuto il passaggio dall’analogico al digitale. Nel mio lavoro di montatore (il mio lavoro ufficiale per un certo periodo di anni) di passaggi ne ho visti e ovviamente lo spaesamento c’è stato, ma personalmente nutro un certo senso di eccitazione nei confronti della fine di qualcosa, perchè mi dà un senso di vita, per cui non me ne sono mai preoccupato sul serio, salvo pormi ovviamente tutta una serie di qestioni teoriche.
Certo il lavoro del montatore con il digitale è cambiato. Nel mio libro “Il video digitale creativo”, che è la seconda puntata di quello sull’immagine elettronica, racconto i vantaggi e svantaggi del passaggio al digitale. Posso subito dire che per un ex fumettista dall’animo grafico-pittorico (e anche un po’ musicista) come me poter gestire montaggio e postproduzione, video e grafica e audio nel medesimo ambiente operativo garantisce un progresso enorme rispetto alla situazione dell’analogico, fatto di macchine separate, ingombranti, capricciose. Poter usare i filtri per poter incidere sull’immagine è un’occasione clamorosa per chi non sopporta l’immagine così come esce dalla telecamera; la possibilità di far interagire programmi diversi (anche programmi di fotocomposizione) è ovviamente una conquista per chi ama modificare le forme… Insomma la possibilità di trasfigurare il reale ora è veramente questione di gusto, perchè puoi fare più o meno tutto quello che vuoi. Però, certo, mancano gli incidenti dell’analogico, manca il flusso, manca l’ "acqua".
Essendo io un appassionato utilizzatore di programmi ma non un informatico, mi spiace ogni tanto non poter andare nel cuore del sistema per disturbarlo: con l’analogico avevi la sensazione che la scatola nera poteva essere aperta, col digitale no: o sei in grado di riscrivere il programma che usi, oppure puoi portare ai limiti il programma, ma mai smontarlo sul serio. Per questo motivo, parlando di grafica 3D, ammiro e apprezzo dal punto di vista estetico coloro che (e sono pochi) scrivono I programmi che usano, ovvero assommano dentro di sè le qualità del softwarista con quelle dell’artista: William Latham, Kawaguchi e pochi altri. Ma li invidio anche perchè io non ne sarei proprio capace, e continuo a chiedermi perchè mai i programmi di computer grafica mi obblighino a lavorare su degli spazi prospettici da camera ottica, piuttosto che invece in spazi cubisti, anamorfizzati, con delle prospettive che non esistono…
Se le tecnologie hanno favorito o contraddetto le mie tendenze espressive è una bella questione. Onestamente: io sono un fautore dell’ascolto, ovvero di una dinamica di rapporto con la macchina per cui l’utilizzatore prima sta a vedere cosa le macchine sono in grado di fare. Potrei dire entrambi: il digitale ha favorito il mio animo pittorico e da collagista, e ha contraddetto uno dei capisaldi della mia posizione estetica, nel senso che il digitale ha ucciso l’analogico e tutto quello che si portava dietro, anche e soprattutto dal punto di vista teorico. Io ora preferisco parlare di immagini in movimento e non più di cinema, videoarte, televisione, videoclip, perchè il digitale, sul serio, nel bene e nel male, ha rimesso in discussione tutto.
Di fatto però, e sono sincero, anche i film digitali che vedo non riesco più a considerarli dei film, sono qualcos’altro che non saprei definire. Sono andato a vedere al cinema “Final Fantasy” che mi ha sconvolto positivamente proprio per quella qualità che più è stata criticata, e cioè che quei personaggi erano evidentemente digitali, insomma erano degli automi, dei perfetti manichini, stranianti con la loro pelle vuota, corpo molle, ossa fragili…

Una sfera creativa che si definisce video-arte, forse dovrebbe nascere dalle caratteristiche costitutive del video, dalla manipolazione dei parametri fondamentali degli standard televisivi e digitali (ad es. neve, chroma, valori rgb, interlacciamento, frequenza dei fotogrammi, definizione…). Dovrebbe, insomma, trovare in se stessa la sua specificità. Questo avveniva in modo palese nella prima “età” della videoarte, quando le immagini venivano decostruite dai mixer a/v, ed i monitor venivano torturati con calamite. Ora, con il digitale, è più difficile identificare questa specificità del video, forse perché si fonde con quella dell’informatica. Per quanto, ancora, avrà senso usare questa definizione?


C’è stato un primo periodo in cui i teorici ma anche gli artisti davano risposte piuttosto nette, e poi ci si è un po’ persi, in nome del rispetto verso la complessità, in una ridda frammentata e frammentaria di opinioni. Forse per questo la videoarte non è riuscita a diventare mai una vera avanguardia: l’avanguardia è una frattura, è l’imposizione (anche violenta come tutte le rivoluzioni) di un’estetica, è la dichiarazione di guerra ai propri (pro)genitori.
Che fare col termine videoarte? Io onestamente lo uso ancora per una questione di comodo: in sostanza per me videoartista è semplicemente colui che fa video (in svariate forme e con svariati mezzi) per comunicare dei contenuti usando in maniera appropriata la tecnologia, ovvero riflettendo sullo specifico del mezzo che usa, perchè sono ancora convinto che ogni mezzo, digitale compreso, abbia il suo specifico e sta nella sensibilità dell’artista usarlo per poter comunicare. Questo perchè per me la parola video assomma dentro di sè svariate tecnologie, da quella analogica a quella digitale, e se vedo un “filmato” o un “corto”, come si usa ancora dire oggi, fatto in digitale per me quello comunque è sempre e solo un video.

 

Alcuni cataloghi d’arte annoverano, nell’”olimpo” degli artisti multimediali, autori che fanno del mezzo video un uso sostanzialmente ausiliario/descrittivo. Dalla ripresa di perforances, a fiction in 3d animation. Raramente troviamo segnalati autori che, con una ricerca il più possibile pura, hanno realizzato una poetica intimamente connessa al mezzo espressivo. Ad esempio, artisti come Interno3, o Bianco-Valente, ci sembra si contrappongano ad un esercito di ballerini, pupazzi animati, poeti con telecamera, architetti 3d, webdesigner, land-artisti, opinionisti sociali, e anche registi. C’è chi esalta proprio questa “indeterminatezza” del fenomeno, come caratteristica specifica della videoarte. Troviamo un po’ deleterio questo non delimitare, non-definire, non-teorizzare, che, per quanto tipico del nostro tempo, risulta inevitabilmente paradossale, ogni qualvolta le opere vengono abbinate ad un’idea di ricerca (molto spesso: è quasi un luogo comune). Che ne pensi?


Dove c'è un mercato inevitabilmente nascono dei trend. Non sto dicendo che sia un bene o un male, sto fotografando la situazione attuale: i collezionisti sono coloro che creano il mercato. Quindi, nel bene e nel male se sei un artista che lavora in quel settore è per loro che devi lavorare: per arredare le stanze delle loro case.
Non so se ora ho risposto alla vostra domanda: ma il fatto, appunto, di non definire mai e di fare sempre eccezioni da un lato, la scarsa crescita di un pensiero teorico forte dall’altro, e in ultimo le esigenze dell’unico mercato che esiste in questo settore, insomma tutte queste cose insieme fanno sì che l’ambito, chiamiamolo così, artistico-tecnologico viva in una solenne confusione: che sia creativa o meno dipende dai momenti….

Se si dovesse parlare di una scena videoart in Italia, chi meglio di te potrebbe delinearne dei tratti coerenti? Riusciresti a fare alcuni nomi di autori particolarmente significativi?


L’ultima mia “fatica” è un libro che si chiama “Banda anomala. Un profilo della videoarte monocanale in Italia”,  dove sono indicati gli autori che per me hanno significato qualcosa a livello video, ovvero visivo-simbolico-contenustistico-emozionale: Fabrizio Plessi, Gianni Toti, Studio Azzurro, Correnti Magnetiche, Giovanotti Mondani Meccanici, Giacomo Verde, Theo Eshetu, Carlo Isola, Monica Petracci, Agata Chiusano, Barberi e Di Castri… molti di questi non hanno mai militato sul serio in ambito videoartistico e il termine videoarte fa drizzar loro i capelli… ma per me quello sono, e i video che cito sono stati importanti per la mia formazione videoartistica…
Ma se per “scena” voi volete indicare un movimento, un’atmosfera, un senso comune, in Italia non c’è niente di tutto questo. Ma tratti coerenti o per lo meno comuni sì, ci sono, come l’importanza data al testo e influssi teatrali che in molti, quasi tutti, sono fondamentali per la loro estetica visiva.. Ma non credo siano in molti a pensarla come me, (soprattutto gli artisti citati) per cui prendetela come una opinione assolutissimamente personale.

Ho notato che nelle tue produzioni non compaiono molte video-installazioni, e che, alla partecipazione a mostre d’arte, hai forse prediletto festival e concorsi specificamente dedicati al video. “Confondendoti”, a volte, persino nel mondo del cosiddetto “cortometraggio”. Probabilmente, dato lo stampo quasi psicoanalitico di certe tue opere, prediligi una visione televisiva o cinematografica, e comunque individuale. Per così dire “oltremondana”. Una contemplazione quasi iniziatica, contro una partecipazione che rischia di cadere nel ludico (penso a certa arte contemporanea). In tal senso, negli ultimi anni, hai registrato anche tu una minor disponibilità da parte dello spettatore medio?

Faccio videoinstallazioni, ma cerco di evitare lo spazio delle gallerie, perché non mi piace.
Comunque sì: prediligo il video perchè vorrei l’attenzione di un pubblico. Preferisco il buio, la gente attenta o "costretta" ad essere concentrata. Mentre la distrazione dei live, del vjing non mi disturba perchè la trovo comunque ricca di segnali per me: nei live c’è una reazione fisica, emotiva, nelle gallerie è tutto molto cerebrale, protetto, il pubblico solitamente arriva psicologicamente già molto preparato a ciò che vedrà, e quindi al limite vuole essere solo stupito.
Sulla disponiblità del pubblico non so molto cosa dire… Il pubblico è cresciuto ed è diventato esigente. Quindi forse è vero che a contatto con immagini tecnologiche il pubblico è forse meno propenso a riflettere su qualcosa (ma dovrebbero essere gli artisti a imporre al pubblico e principalmente a se stessi a farlo) ma sicuramente è più esperto, smaliziato.

Dal punto di vista della promozione mondana del proprio operato, si osservano strategie diverse.
Un artista che non esponga in gallerie e mostre, può trovare conferme nel sottobosco dei festival di video, ma queste partecipazioni spesso sembrano isolate, slegate tra loro. Vi sono altri sbocchi, come il web, che però, più che uno strumento di contatto, sembra un mondo a sé. Ma a pensarci, “mondi a sé”, chiusi e autoreferenziali, sembrano anche quello dell’arte contemporanea, quello dei festival di cortometraggi, quello dell’home video, e così via. Come consigli di muoversi, all’artista/autore?


Una mia amica ha fatto uno stage presso un pittore molto famoso di New York e mi raccontava che la sua occupazione principale era di andare alle feste o alle cene per procurarsi clienti, mentre aveva un paio di assistenti che nel frattempo preparavano le opere. Questo modello di artista, colui che lavora a livello di marketing di se stesso e di frequentazioni sociali, inaugurato da Andy Warhol, è ancora quello vincente… il modello della Factory nella sua accezione più brutale: la fabbrica, l’industria.
Sul web l’unico problema è che chiunque può essere qualsiasi cosa.
I mondi sono sicuramente chiusi, chi più chi meno. Non ho molti consigli, se non la trasversalità e la disponibilità a collaborare sono due cose che consiglio a tutti, così come il non rivolgersi esclusivamente al settore in cui si pensa di dover "lavorare". Molta esperienza che io trasferisco nei miei live video li ho imparati lavorando per il teatro o per la danza. Il ritmo che metto nei miei montaggi li ho imparati dalla musica e lavorando con musicisti. Insomma bisogna saper fare molte cose: e se sei un videoartista non puoi ignorare la fotografia, la pittura, la musica e via dicendo.
Su come fare la promozione mondana delle proprie opere non ho detto molto perchénon ne sono capace.

Nel tuo testo Segnali Video, mi sembra emerga un atteggiamento quasi junghiano. Decostruendo le opere di autori diversi, hai evidenziato la presenza di simbolismi ed archetipi naturali. Se tu dovessi individuare una serie di autori che ben rappresentano la ricerca che tu stesso hai continuato o esteso, quali nomi faresti, e perché?


Segnali video ha un’impostazione assolutamente junghiana, per quello che posso aver capito di Jung, che è un autore che ho amato più come filosofo che come psicologo.
Gli autori che ancora adesso mi affascinano sono fondamentalmente i Vasulka e Rybczynski, e l’ultima ondata di francesi (Ramboz, Escalle, Boustani). Paik mi diverte ma lo trovo più interessante a livello teorico: da questo punto di vista lui è stato un vero rivoluzionario. E poi soprattutto c’è una serie di video che mi hanno aperto gli occhi… così come per il cinema difficilmente posso dire che mi piaccia un autore: mi piacciono alcuni film, o dei pezzi di alcuni film…. Dei Vasulka non salvo tutto, e neanche di Rybczynski. Un altro nome che ammiro soprattutto per come si muove è Greenaway: i suoi film non mi piacciono, invece alcuni suoi video sono meravigliosi ma guardo con più attenzione come si trovi a suo agio in vari ambiti: dalle mostre, ai film, ai progetti multimediali, ai video, ai film in HD.
Un po’ di nomi li ho fatti, il perchè è un po’ più difficile, c’è un perchè per ognuno. I Vasulka da un punto di vista soprattutto formale: il loro atteggiamento nei confronti della tecnologia lo trovo il più radicale fra tutti, e le loro immagini sono straordinarie. Rybczynski per la sua capacità di comunicazione e perchè è uno dei pochi ad usare un certo tipo di ironia meno fanfarona di quella di Paik che lo ripeto mi diverte ma ad un livello più suerficiale. I francesi che citavo prima perchè hanno introdotto in maniera intelligente il compositing digitale in un’orbita artistica.

In un tuo vecchio testo, Il Video: l’immagine elettronica creativa, sottolinei la non-definizione dell'immagine come una qualità evocativa della videoarte...se ben ricordo, sostieni che le immagini Betacam sono troppo definite, e dunque irreali (un passaggio che non ho mai compreso a pieno..). credi che un discorso come questo possa essere ancora attuale, nell'epoca prossima all’avvento degli standard HD?
Correggo la citazione e la spiego meglio. Se l’immagine elettronica evoca un fantasma del referente, più aumenti le linee (il riferimento non era al betacam, ma l’alta definizione) non fai che aumentare la definizione di un fantasma. Un fantasma che si vede meglio, insomma, ma pur sempre uno spettro: quindi come risultato è ancora più irreale. Sono sempre della stessa opinione: è questo il motivo per cui “Final Fantasy” mi è piaciuto, perchè lì ci sono dei magnifici spettri che fingono di essere vivi e vegeti, degli automi perfetti appunto.
L’HD mi affascina: ne sono totalmente incuriosito. Non perchè finalmente si può fare del cinema a basso costo, ma perchè si possono fare dei video per il cinema, che al momento è uno dei più grandi mercati (pur con tutta la crisi che sta vivendo, ma forse anche per questo) che sta a guardare le nuove tecnologie senza fare troppe domande, e quindi sta diventando un ambito di sperimentazione. “L’attacco dei cloni” di Lucas dal punto di vista formale è assolutamente sperimentale, così come lo sono i film di Rodriguez, gli ultimi di Greenaway, e molti videoclip musicali. “Vidocq” di Pitof, un film fatto tutto in digitale, è uno straordinario esempio di come molte intuizioni della videoarte siano utilizzabili in altri ambiti.

Molti autori di video artistici, te compreso, si sono dedicati alla realizzazione di vj-set.
Nella dimensione live, che cosa cambia precisamente nel rapporto creativo con le immagini? È possibile intendere le nuove possibilità di manipolazione, come un’ulteriore evoluzione di quell’interattività che, il video, ha permesso già con i primi telecomandi?


La curiosità nei confronti del vjing mi è venuta lavorando dal vivo per il teatro e per la danza. Soprattutto, come dicevo anche prima, è l’unico ambito in cui mi piace lavorare pensando di più allo spazio e all’impatto che le mie immagini hanno nel pubblico. Un vj set per me è una videoinstallazione dal vivo fatta in uno spazio che non è una galleria. L’improvvisazione, e soprattutto il contatto con la musica, sono due componenti fondamentali che a me interessano molto. Lo dico con sincerità; nei vj set mi diverto molto e mi sfogo. Posso usare immagini che in altri contesti non userei mai. Ho fatto vj set di tutti i tipi, da situazioni più “artistiche” e quindi elitarie, a situazioni da pura discoteca.
Mi piace quando ti rendi conto che sono le immagini e far ballare la gente. Per questo insisto sul valore simbolico delle immagini tecnologiche, perchè con questo tipo di pubblico (indifferenziato anche se, come dicevo prima, smaliziato) ti rendi conto che cosa li attira e cosa no, perchè con questo tipo di pubblico l’unica arma è agire sul loro inconscio e non sui loro riferimenti culturali, ovvero li devi catturare laddove sono più scoperti. E poi delle situazioni live mi piace l’atmosfera collettiva, rituale se vuoi. Mi piace il buio e il livello di attenzione che la musica e le immagini possono ottenere in questi ambiti.
Non anticipo troppe cose della domanda successiva, ma lavorare dal vivo cambia necessariamente il rapporto che io ho con le mie immagini. Primo: sei a contatto con una musica che non hai scelto, e che non sai precisamente da che parte va. Il discorso sull’interattività per me è interessante nell’idea che l’interazione è fra il pubblico le immagini e la musica: il resto è un discorso tecnologico che ognuno affronta come meglio crede.

Pensi che il confronto con la dimensione live sia necessario per un computerartista, di questi tempi? In certi casi, il passaggio è risultato semplicistico (accumulazioni disordinate di immagini), o addirittura fasullo (semplici proiezioni spacciate per v-j set). Alcuni si sono indignati contro questa tendenza, sostenendo che software come Resolume sono dei balocchi, e che chiunque può fare il vj. Insomma: quand’è che un v-j set è un buon v-j set?
Ogni artista decide cosa è necessario per lui. Non credo ai discorsi per cui, siccome ora va di moda una tecnologia, l’artista la deve usare per forza. Intendere in questo modo un artista significa considerarlo un puro e semplice consumatore di prodotti, in questo caso software. Io fino a quando non sono convinto di aver utitlizzato un software fin in fondo, fino a quando non mi sento padrone del mezzo, difficilmente lo cambio. Sono anni che uso After Effects e solo da pochi mesi sto guardando altri software come Combustion o Shake. Ogni programma più o meno fa le stesse cose, per cui dal mio punto di vista meglio è saper tutto di uno che poco di tutti. Quindi secondo me per un computer artista non è assolutamente necessario confrontarsi con l’interattività e il live: è una delle tante possibilità da scegliere.
Io dal vivo uso lettori dvd e mixer video: non ho mai usato computer e per ora non è nel mio interesse farlo. Semplicemente perchè ho un’idea di live che sonsiste nel mixare dal vivo diverse fonti. Ma al momento non sono assolutamente affascinato dal vivo di poter creare immagini. Soprattutto, non vedo perchè un vj dovrebbe generare immagini dal vivo quando nessun dj genera musica dal vivo: nessuno dal punto di vista musicale usa programmi di generazione del suono in tempo reale, o se lo fa, genera suoni, difficilmente musica. Se vuoi fare musica, per forza di cosa dei pattern predefiniti li devi avere. I Chemical Brothers arrivano a fare i concerti con sei dat sincronizzati (ovvero: mixano e basta), tutti i maggiori nomi di musica elettronica che io amo (Amon Tobin, Aphex Twin, Plaid, ecc.) dal vivo suonano più o meno identici come nel cd e quindi un motivo ci sarà… Appunto: o generi suoni casualmente o fai musica.
Anche io sono capitato in mezzo a polemiche simili alla vostra domanda. “Quello non è un vj set perchè non usa il computer dal vivo”, “era tutta roba scaricata da internet”, “il vj non faceva nulla faceva tutto il computer “, “non c’era nulla di interattivo” eccetera…. Allora, se facessi solo il vj e ricercassi lo specifico del mezzo-vj, sono convinto che affermerei anche io che la generazione in tempo reale di un’immagine sarebbe la strada da percorrere. Ma, smontiamo subito i miti, la tecnologia al momento non ce lo consente: o meglio, ci consente di fare quello che molti programmi per vj fanno: dei salva-schermo in tempo reale che cambiano al ritmo della musica. Io personalmente non ne posso più di tunnel e frattali. Se il futuro del vjing è quello, è un futuro fatto di computer e non di vj, come si può vedere in molti locali che hanno un pc collegato ai videoproiettori e nessuno alla consolle... Tutti gli altri programmi per vj (resolume, Module 8 e anche quelli più elaborati come Isadora e Eyesweb) sono dei più o meno sofisticati simulatori di mixer video. Se avessi uno spirito più informatico forse userei Eyesweb…
Ma uso i mixer video, questo anche per una questione di ergonomia: mi sento stupido a lavorare con la tasiera e il mouse, o con qualsiasi tastieria midi dal vivo: ho bisogno di manopole, tasti, led luminosi e tutta la atavica, archetipica, misteriosa immagine che il mixer video trasmette. Mi è capitato parecchie volte durante un vj-set che qualcuno è venuto vicino a me e mi ha chiesto se quello che stavo usando era un computer: ovviamente ho sempre detto di sì.
Per quello che riguarda le immagini per un certo periodo ho rimanipolato, rimontato, rimixato tutto materiale mio, scarti, montaggi, prove, tutto il possibile. Tutte immagini registrate, già fatte per altri scopi e per altri contesti. Poi ad un certo punto mi sono messo a fare immagini apposta per i live, anche perchè ora sono riuscito a imporre una condizione per me essenziale, ovvero quella di avere molti videoproiettori e la stanza buia: dato che quindi i video fanno anche luce, sono sia un vj che un light-jay.
Per me cosa fa un buon vj-set è il risultato finale, cioè che tipo di immagini si accostano con la musica, e quindi che atmosfera, che mood, come si esce dalla serata. Come e quanto il pubblico percepisce che c’è una persona che sta manovrando le immagini e che tipo di reazione emotiva ha. Secondo me il pubblico da una serata deve uscire emotivamente cambiato, non razionalmente informato sul tipo di software che il vj ha usato…

Sempre a proposito di un’uso personale e rigenerante del mezzo video.
Con Drop out experience, osservando i casi specifici di alcuni autori, abbiamo constatato l’esistenza di svariate “ritualità” creative. "Video" come sorta di "rito". Hai mai potuto osservare forme di liturgia, o di coerenza particolari, che tendevano a svilupparsi attraverso il flusso creativo?


Il flusso video è vicino al flusso della coscienza-inconscienza. La ritualità è un elemento che percorre molte delle avanguardie che hanno promulgato un uso personale del mezzo. Stan Brakhage, checchè se ne dica, è un artista rituale, così come lo è Bill Viola, il suo più diretto epigono sul versante video. C’è molta sensualità nel fare video, nell’avere a che fare con i flussi, i ritmi: al di là del voyeurismo che ci può essere o meno nella pratica del video, è proprio nel mezzo che risiede un quid di erotismo che ora come ora non saprei definire meglio. E l’erotismo è ritualità, la sessualità e energia: è come se il video desse una forma a queste cose.

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