È
nel doppio segno della memoria e della ricerca che si pone l’opera di
Alessandro Amaducci, prolifico filmaker torinese che dall’89 ad oggi si
è fatto protagonista di un itinerario della visione coerente e lucido
che lo colloca tra gli autori più interessanti nell’ampio panorama
dei giovani (e indipendenti) videomakers italiani. Un’opera che va ricercata
soprattutto nei luoghi della videoarte, della manipolazione computerizzata e
della videodanza, nella creazione sintetica di forme, movimenti e corpi che
inducono l’occhio a uno sguardo più profondo, verso regioni oscure
del pensiero e della coscienza.
Al centro di ogni lavoro, dunque, la memoria che si deposita sulle immagini
in stratificazioni successive, impasti di colore, illuminazioni di senso e sovrimpressioni,
come se dietro/dentro ogni immagine fossero nascoste altre figure parlanti di
dolori passati, sempre presenti. In questo senso Dybbuk, memorie dei campi e
Illuminazioni - Arthur Rimbaud -, pur diversi per struttura e destinazione,
appaiono testi fondamentali nella loro capacità di far aderire la Storia
a uno sguardo intimo, particolare e privato, riutilizzando materiali preesistenti
da far interagire con elementi nuovi che, in questo accostamento, si caricano
di significato. Il dramma dell’Olocausto, le tracce ancora rintracciabili
della strage bellica, sono recuperate e trasfigurate dentro immagini in continua
trasformazione. Amaducci seziona il quadro componendolo come superficie in divenire
dove le forme si lacerano, i margini scompaiono e si sovrappongono in un montaggio
consapevole e aggressivo che tutto avvolge. Esemplare a questo proposito Solo
per i tuoi occhi, realizzato in occasione della mostra milanese Tazio Secchiaroli,
the Original Paparazzo, in cui ritornano, rielaborati e perfezionati, tutti
gli elementi di una poetica complessa e articolata. Opera di riflessione, splendidamente
racchiusa in se stessa ma ugualmente proiettata in una dimensione dello spazio
e del tempo che si compone di mille frammenti di spazi e tempi, della Storia
e del cinema, capace di farsi autonoma rispetto all’occasione specifica
della sua realizzazione.
Il cinema della memoria vuol dire anche, per Amaducci, ri-filmare la morte,
esibirla in opere che paiono continuamente affacciate sull’orlo di un
abisso profondissimo. Di morte parlano i set (reali o virtuali) privilegiati
dall’autore dove si muovono i corpi danzanti di Voci di donna, Casa matta,
Spiriti liberi e Acherontia Atropos, avvolti in luoghi scuri, privi di confini
e coordinate o abbracciati da pareti decadenti che paiono fluttuare in un’atmosfera
di suoni liquidi e ritmi circolari. Perché quelle di Amaducci sono immagini
pure e perfette, compiute e definite in ogni elemento. Frutto di una ricerca
intensa, vengon fatte riemergere da quell’abisso per mostrarsi a uno sguardo
sedotto dalle morbidezze del movimento, ma al tempo stesso accecato dall’impeto
dell’evidenza.
Anche la parola trova i suoi spazi ideali nelle trasposizioni dei testi poetici
cari all’autore. Pensiamo a Illuminazioni, dove la poesia di Rimbaud serve
da presupposto per un complesso procedimento di organizzazione della visione,
ma anche a Acherontia Atropos (realizzato a quattro mani con Nicoletta Polledro),
vera e propria videopoesia, ma anche danza d’amore e di morte. La parola
diviene unico elemento di fissità in un’incessante trasformazione.
Alla parola, testimone diretta dalla Storia, è affidato il compito di
farsi portatrice di un racconto coscenziale narrando quello che le immagini
in sé possono (e devono) soltanto mostrare.