pubblicato lunedì 23 giugno 2003
Perché
sostieni nei tuoi scritti critici un’autonomia concreta della videoarte
nei confronti della progenitrice tecnica, la tv, e soprattutto del
cinema?
Secondo me, vi è una maggior autonomia dal cinema, che
dalla televisione. La videoarte storicamente è stata considerata come
prolungamento tecnologico del linguaggio cinema e, per altro, molta tv
è fatta proprio da persone appartenenti alla realtà cinematografica,
per cui vi è stata e vi è una sotto-utilizzazione del mezzo televisivo
da parte di individui che avevano differenti formazioni (teatrale,
radiofonica, ecc.). Comunque la grande differenza che intercorre fra
video e cinema è il grado di interattività e il tempo reale: la
diversità tecnica dell’oggetto tv, che è sviluppata dalla possibilità
di intervenire manualmente su di esso, e la sua presenza nel quotidiano
e nella nostre abitazioni, sono caratteristiche invasive che per il
linguaggio televisivo sono deteriori, ma che per la videoarte ritengo
positive. Inoltre il tempo reale,

la diretta, non esiste per la pellicola e pur essendo un’ invenzione
prettamente televisiva, la videoarte ne ha saputo fare un uso migliore
rispetto alla tv. Un’altra notevole differenza tecnica consta nella
capacità di lavorare con più facilità su una dinamica astratta, che per
l’immagine elettronica è naturale e intrinseca rispetto alla pellicola,
pensa al
rumore e alla
neve, e infine l’alto grado di
manipolazione in tempo reale. Per la tv, invece, il distacco è più
sintetizzabile nelle diverse scelte linguistiche adottate. Tuttavia, se
fine a qualche anno fa ero più irremovibile nella mia critica, ora con
l’avvento del digitale tendo ad affievolire queste forti cesure sia per
il cinema che per il video.
Parecchi tuoi lavori trattano il tema della memoria, come per esempio Cattedrali della memoria, Dybbuk-memorie dei campi, ecc.: è una scelta dovuta agli argomenti trattati o, in realtà, è anche una scelta estetica dettata dal medium?
Mah, entrambe le cose: dato che lavoravo all’
Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino, da non appassionato di storia mi sono trovato ad esserlo, soprattutto di immagini storiche. Peraltro
Dybbuk era un lavoro commissionato il cui tema fisso era proprio la memoria, mentre
Cattedrali è stata una mia scelta dettata da questa nuova passione, e poi anche per un motivo suggerito dal medium, in particolare dal
feedback, che realizza un’immagine fortemente memoriale, ciclica, ma sempre differente.
Mi sembra che il tuo rapporto con le video-installazioni, all’interno del tuo percorso artistico, sia un po’ conflittuale, dato che preferisci lavorare con i video-monocanale e la quantità di video realizzati è di gran lunga superiore rispetto a quella delle video-installazioni, sbaglio?
Sì, è vero, anche se mi piace molto lavorare con il concetto di spazio, cosa che faccio con le mie ultime performance da
vj
e con gli spettacoli dal vivo. Le video-installazioni le trovo troppo
inserite nel mercato dell’arte: oltre a non comunicarmi effettive
emozioni, soprattutto mi sembra che ti releghino a sviluppare una
funzione decorativa e architettonica all’interno di una galleria e ti
riconducano a una funzionalità che trovo inopportuna nell’arte, oltre a
sviluppare, per quello che ho visto, un’interattività molto ludica,
spettacolare, da intrattenimento, ma poco artistica. Per me l’arte ha
un valore diverso: deve porre in contraddizione lo spettatore,
altrimenti rischia di perdere il suo senso.
Attualmente
possiamo asserire che i video-artisti stiano procedendo in due
direzioni: la prima verso un utilizzo sempre più ricorrente di immagini
ad alta definizione e mirato anche a una ricerca di spettacolarità, la
seconda, in opposizione alla prima, verso un ritorno a un’immagine di
bassa definizione. Che cosa ne pensi di queste tendenze, sia dal punto
di vista critico che artistico?
Trovo
che questa dicotomia, che giustamente sottolinei, c’è sempre stata: c’è
sempre stata questa lotta in cui alcuni video-artisti hanno cercato di
teorizzare la loro posizione fin dagli albori, penso ad es. a Paìk vs.
Bill Viola. È una lotta che riecheggia quella, storicamente parlando,
fra astrattisti e non astrattisti, penso in realtà che sia solo una
questione di scelta. Oggi, dato che ormai esistono delle scuole
storiche nell’ambito video-artistico, è, forse, un fattore di moda; io
cerco di lavorare con tutte e due le realtà, li vedo come due aspetti
che si possono coniugare, la loro divisione è da imputare, a mio
avviso, a un fatto di critica.
[fine prima parte]
pietro bussio
http://www.exibart.com/notizia.asp/IDCAtegoria/203/IDNotizia/7636