realizzazione video: Alessandro Amaducci, da un progetto di Paolo Gobetti
liberamente ispirato allo spettacolo teatrale Dybbuk di Moni Ovadia e Mara
Cantoni, prodotto da CRT-Artificio
tratto da Il canto del popolo ebraico massacrato di Yitzchak Katzenelson
e Il Dybbuk di An-ski
riprese: Daniele Gaglianone, Alessandro Amaducci, Mauro Zannerini
montaggio: Alessandro Amaducci
il testimone: Moni Ovadia
materiali d’archivio: The 81st Blow di Jacquot Ehrlich, David Bergman, Haim
Gouri, Liberazione di Mauthausen di Robert Graham, Majdanek, unità cinematografica
dell’esercito polacco, KZ Dachau, Oswiecim di N. Bykow, K. Kutub-Zade, A.
Pawlow, A. Woronkow
sfondi sonori e trattamenti audio: Giovanni Ramello
musiche originali: Moni Ovadia e Theater Orchestra, tratte dal CD Oylem Goylem
- Klezmer music and songs
testimonianze audio tratte dal Processo Eichmann, Israele, 1969
voci: Giaime Alonge, Alessandro Amaducci, Corrado Borsa, Marcello Falsone, Daniele
Gaglianone, Lorella Galvan, Nicoletta Polledro, Giovanni Ramello, Giuseppe Randazzo,
Marta Teodoro, Susanna Teodoro, Giorgio Trossarelli
produzione: Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza
“Il video narra l’indicibile,
l’inferno dei lager, con le poche immagini d’epoca caparbiamente
raccolte in tutta Europa da Miriam Novitch e con quelle girate dagli operatori
alleati al momento della liberazione dei campi. Il dybbuk è lo spirito
di un morto prematuro che non trova pace e si insedia nel corpo di un vivo per
concludere le opere che non è riuscito a compiere. Moni Ovadia, il testimone,
è un personaggio posseduto da un dybbuk: il suo cuore contiene le memorie
collettive dei morti nei campi di concentramento, e la sua presenza fa da filo
conduttore di tutto il video, tanto da penetrare dentro le immagini del passato,
per riviverle in tutta la loro drammatica attualità.”
Alessandro Amaducci
“L’attività
presso l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino
ha (...) permesso a questo autore di ripensare il documentario in pellicola
e il film d’archivio, mettendolo a confronto con le possibilità
di una “impaginazione” (e quindi di una rilettura) in video che
lo “dialettizzasse”, creando estensioni all’oggi, confronti
con testi scritti sullo schermo, combinazioni grafiche, inserzioni di documenti
fiction.”
Sandra Lischi, Visioni elettroniche. L’oltre
del cinema e l’arte del video, Roma, Biblioteca di Bianco e Nero, Fondazione
Scuola Nazionale di Cinema, pg. 112
“Nei suoi video e nelle
sue dichiarazioni Amaducci insiste soprattutto sulla differenza dell’immagine
elettronica, la cui natura tecnica le conferirebbe un carattere malleabile e
metamorfico, quella instabilità, labilità, permeabilità,
che ben rappresenta, tra l’altro, il funzionamento della nostra stessa
memoria. Nelle sue realizzazioni Amaducci tenta di rendere questa peculiarità,
individuando nel trattamento dell’immagine il segno distintivo di un’arte
che trasforma non la realtà in ombre, ma le stesse immagini in ricordi
di immagini. (...) È interessante allora osservare come tale approccio,
che è ciò che permette ad Amaducci di attraversare tutti i “generi”
del video, venga applicato nei lavori su commissione per l’Archivio Nazionale
Cinematografico della Resistenza, volti a restituire un contenuto storico preciso,
memorie forti, quali le vicende legate al nazismo o le lotte operaie.
La finalità didattica che sta alla base di questi documentari, inseriti
in collane che l’Archivio concepisce soprattutto per scuole ed enti pubblici,
sicuramente costringe a frenare l’impulso manipolatorio di Amaducci, tenuto
a rispettare le griglie di un discorso determinato. Ma, pur nell’ambito
del tipico approccio del documentario tradizionale, che isola e svolge un soggetto
privilegiando lo sviluppo cronologico e la completezza del dato informativo,
l’intervento elettronico di Amaducci consente di vitalizzare i temi, indicando
soluzioni efficaci di “impaginazione” di materiali storici.”
Aurora Fornuto, I ricordi al di sotto di tutto, in
Valentina Valentini (a cura di), Prospetti, video d’autore 1986-1995,
Roma, Gangemi Editore, 1995, pg. 153.
“Nell’autunno
del ’95, durante la fase di progettazione di un video sui campi di concentramento
per l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, Daniele Gaglianone
e io cogliamo l’occasione per andare a vedere uno spettacolo di Moni Ovadia,
Dybbuk, allo scopo di valutare se è il caso di coinvolgere Moni nell’operazione.
Andiamo a Milano, al Franco Parenti: è la prima volta che vedo Moni in
scena, ed è la prima volta che ascolto le musiche klezmer e il suono
del linguaggio yiddish. Soprattutto, è la prima volta che mi accosto
ai testi che ispirano lo spettacolo: Il dybbuk di An-Ski e Il canto del popolo
ebraico massacrato di Ytzchak Katzenelson. Sono affascinato dalla miscela sonora
dello spettacolo, e i testi in yiddish mi inchiodano anche se vorrei che il
tutto fosse recitato in italiano perché le poesie sono bellissime.
Alla fine dello spettacolo, spiego in poche parole il progetto a Moni, che si
rivela di una rara disponiblità: accetta subito, ma è la persona
più indaffarata del mondo, bisogna stargli molto dietro, ricordargli
continuamente le cose. L’idea è quella di far sì che Moni
entri fisicamente dentro le immagini di repertorio attraverso il chroma-key,
un effetto per cui, dato un personaggio su sfondo blu, al posto del background
si possono inserire altre immagini. Gli chiedo di recitare in italiano, ma alla
fine, dopo una serie di pressioni da parte sua, cedo all’yiddish. Il video
si intitolerà Dybbuk, memorie dei campi.
Dopo varie vicissitudini, le riprese finiscono per coincidere con le vacanze
di Natale, e Moni ospita me e Daniele a casa sua, dove lavoreremo. Ci siamo
portati dei panni blu perché fungano da sfondo: è l’unica
soluzione perché cercare in quel periodo studi attrezzati è un’impresa
ardua. Moni guarda un po’ perplesso me e Daniele quando cominciamo a spostare
mobili e ad attaccare coi chiodi le strisce di stoffa che, ovviamente, si spiegazzano
e creano un sacco di ombre, ma non eccepisce su nulla. Facciamo subito una prova
di ripresa e sembra che la cosa funzioni.
Le riprese vengono effettuate in due giorni. “Sono il tuo attore: sei
tu il regista” è la frase che Moni mi dice più spesso, sapendo
benissimo di essere un personaggio molto difficile da gestire: comunque più
di una volta dice di essere contento di non essere troppo presente all’interno
del video. Una scena in cui lui, seduto in esterni su una sedia, recita un barzelletta,
viene ripetuta sette volte; il freddo è intenso ma Moni non si lamenta,
così come quando, dovendo toccare il panno blu, si ferisce a causa di
un chiodo messo male.
Mi ha stupito vedere un attore, assolutamente straripante e incontenibile in
scena, diventare così misurato e paziente di fronte ad una telecamera.
Comunque, appena spente le macchine, Moni “torna in scena”: gesticola,
è un torrente in piena di parole, di ricordi, di barzellette, di ironia.
Sulle donne a me e a Daniele dà consigli paterni. Comunque durante le
riprese non fa assolutamente pesare la differenza di età e, ovviamente,
di esperienza. “Sei tu il regista”, continua a dirmi con un sorrisetto
ironico, credo più come suggello di un’istinitiva fiducia nei miei
confronti, che per stabilire una reale gerarchia professionale.
Quello che più mi ricordo è il suo sguardo, a metà fra
il perplesso e il rassegnato, ogni volta che entrava in quella stanza con una
parete tappezzata, un po’ malamente, di panni blu.”
Alessandro Amaducci, Moni Ovadia e la stanza blu,
Anteprima Torino, n.2 anno 4, febbraio 1998, Torino, Lindau, pg.8