HITLER GARDEN, 2003, 50’, BETACAM (VERSIONE VIDEO)

video: Alessandro Amaducci

progetto: Steve Morino

sonorizzazione: Barbara Beltramo

produzione spettacolo: Hiroshima Mon Amour per Tecnoteatro

produzione video: Alessandro Amaducci

 

“Entra nella stanza dei giochi di Hitler bambino. Noi non siamo arredatori, siamo chirurghi: operiamo cervelli”.Alessandro Amaducci, Steve Morino

 

“L’olocausto, la svastica, il nasizmo esoterico, le grandi masse umane bruciate o messe in scena gioiosamente da Leni Riefenshtal, l’amore di Eva Braun, l’infanzia... (...) Attraverso gli occhi e le attitudini del bambino Adolf Hitler, Amaducci e Morino obbligano lo spettatore a una visione insopportabile, costruita con una serie di stanze mentali e fisiche in cui il senso di alienazione e paranoia governano tutto. Il Mondo diventa la stanza dei giochi di un bambino in cui si alternano con noncuranza riso e pianto, divertimento e furore, bene e male, gioia e violenza, gioco e tortura, sesso e morte.”

Sottolamole.it, 12 febbraio 2003

 

“(...) La sala di Hiroshima per una sera diventerà la stanza dei giochi del Führer bambino, intrisa di esoterismo e “loghi” comuni. Quei simulacri, buoni o malvagi che siano, che ci mostrano la nostra identità più intima, sgradevolmente nuda. Quattro schermi rivestiranno interamente le pareti, delimitando un’area circolare dalla quale lo spettatore non potrà fuggire.

Una camera degli orrori filtrata dagli occhi di un bambino, dove la brutalità della realtà non esiste, ma diventa unicamente un sogno allucinante, ripetitivo. Nei giardini di Hitler il tempo assume una struttura mandalica, si parte dall’inizio per tornare alla fine. In un moto circolare che non lascia scampo.

(...) Amaducci e Morino si soffermano sul concetto fondamentale della banalizzazione della memoria. La tragedia porta all’oblio difensivo. (...) Oggi, a più di cinquant’anni dalla fine del conflitto mondiale, pare che su quello scorcio oscuro della storia moderna si vogliano spegnere i riflettori. Troppa sofferenza, troppo orrore. Troppo di tutto. Come nella camera di un bimbo sadico che inchioda le farfalle.”

Alessandra C, Tutti gli orrori del giardino di Hitler. La stanza dei giochi del Führer bambino: la performance di Morino e Amaducci tra simbologia e estetica nazista, Torino Sette, La Stampa Torino, 7 febbraio 2003

 

“Rivedere il passato attraverso i ricordi dell’animo fanciullesco, ripercorre la vita con gli occhi di un bambino. Operazione insolita se quello sguardo, quegli occhi, sono di Hitler. Pazzia creativa, coraggio artistico, provocazione? “No, neanche per un momento si è voluto provocare.” dice Steve Morino, che insieme a Alessandro Amaducci firma la performance di stasera all’Hiroshima Hitler Garden. (...) Qualcuno fra il pubblico potrebbe non apprezzare lo spettacolo “Oppure esserne colpito o sconcertato più che da uno dei tanti documentari televisivi sulla Seconda Guerra Mondiale.” dice ancora l’ideatore del progetto. Che non è facile da spiegare, men che meno immaginare: “È da un po’ di anni che io e Amaducci ne parlavamo, poi l’anno scorso abbiamo realizzato la performance sulle Torri Gemelle, e questa ci è sembrata la stagione giusta.” Così ha preso forma un allestimento video-sonoro che “imprigiona” poco più di un centinaio di spettatori nella scatola nera della sala Majakowskj, la camera da bambino del Führer. “Lo stimolo iniziale è stato l’estetica del nazismo, lo stile di quelle parate, di quei simboli tragici, e da lì abbiamo cominciato ad immaginarci come potesse essere il signore coi baffetti da piccolo.” Un’operazione che può sembrare esagerata. “Infatti il periodo nazista continua ad esser un tabù, noi crediamo sia ora di lavorare contro la banalizzazione della memoria.” Lo definisce anche uno “spettacolo amorale”, un voler approfondire “La follia di un delirio collettivo di milioni di persone, ovvero la dotta Germania, l’élite europea.” Immagini create, d’archivio, prese da internet, elaborate al computer, realizzate live da Amaducci in parallelo al linguaggio della musica elettronica: “Saranno proiettate su quattro schermi, un documento per capire un fenomeno nel suo aspetto più irrazionale, esoterico.” spiega il regista. Entrambi non se la sentono di scommettere come sarà l’atmosfera della serata.”

Tiziana Platzer, Tecnoteatro. I sogni di Hitler bambino in scena all’Hiroshima, La Stampa Torino, 12 febbraio 2003

Alessandro Amaducci: HITLER GARDEN
Video performance

Lo schermo tripartito si offre come un affollato spazio estetico e forse mentale in cui si dispiegano le immagini adorate e odiate; mostrate con orgoglio e nascoste con vergogna; piene di grazia e di orrore di un secolo che non vuole morire. L’Hitler garden non è solo il paradiso della fantasia di un Hitler-bambino che gioca con il suo piccolo mondo di fantasia (noi tutti) ma è anche ciò che egli ha lasciato dietro di sé, la sua eredità inconfessabile e mai abbastanza confessata, a noi suoi nolenti bambini. Dall’orrore di Hiroshima alla vivisezione, dalle masse disciplinate in immagini angolose di Leni Riefensthal al Nazi porno, dal dolore senza nome del Lager alle tranquille immagini dei figli del tranquillo signor Goebbels. Un immaginario che ha segnato un intero secolo, stordente, allucinato, più nella sua apparente familiarità che nella sua orrida alienità.
La civiltà dello spettacolo deve molto a Hitler, indubbiamente deve a lui la sua distorsione, il suo allontanamento definitivo, ultimativo dal dettame dimenticato del decalogo “non ti farai immagine alcuna di ciò che è in cielo in terra, nell’aria e nelle acque”. Un idolo che aveva immenso bisogno di immagin(ARS)i (molto più del mussolino che puntava tutto sul suono). La performance si apre con gli splendidi, ingenui, magnificenti film dada-surrealisti (gli ultimi veri film che abbiamo avuto) interrotti, devastati infine annullati da svastiche e improbabili nazisti South-Park, perché un secolo che prometteva tanto bene è finito così male? E si chiude, quasi, con delle laceranti, improponibili, cartoline da Auschwitz con tanto di Jingle natalizio, e se davvero noi avessimo commesso davvero questo peccato orrendo? Dopo aver permesso Aushwitz lo avessimo fatto diventare una cartolina? Questo pensiero mi tormenta in continuazione, e fatti recenti, cronaca, mi fanno salire una nausea rivelatrice.
C’è un Lager dietro ogni angolo in questo secolo XXI, le immagini dei vecchi/veri Lager nazisti sono arte. L’arte è merda. Amaducci no, è un uomo gentile, un professore universitario che lavora con serietà a dispetto dell’Università (questo lo dico io non lui) Un uomo che non ha paura della sua parte oscura (la nostra) o che perlomeno la sopporta. Il che di questi tempi non mi pare poco. Non mi sembra ci sia altro da aggiungere …. Ah sì … “VI DICHIARO TUTTI MORTI”.
Andy Conti, da AAVV, Incontemporanea Arte, Quaderni d’Arte n. 2, Genova, Name Edizioni, 2004