(versione completa)
realizzazione video: Alessandro Amaducci
liberamente tratto da Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters
traduzione: Davide Forno
riprese, montaggio digitale, postproduzione analogica e digitale, elaborazioni
2D: Alessandro Amaducci
computer grafica 3D: Alessandro Amaducci, Celestino Gianotti, Marco Fantozzi,
Alessandro Canu
musiche originali: Roberto Musci, Giovanni Venosta, Massimo Mariani, Ruggero
Tajè, Alessandro Amaducci, Sadist, Roulette Cinese
voci: Angelo Scremin, Marco Badino, Claudio Zanotto Contino, Francesca
Graglia, Massimo Giovara, Andy Conti, Maura Sesia, Sandro Carboni, Joe
Raggi, Luca Ghignone, Giaime Alonge, Tiziana Martello, Betty Cembrola
trattamenti audio e sfondi sonori: Alessandro Amaducci
produzione: Alessandro Amaducci
distribuzione: Ed. Kaplan
in versioni provvisorie: 1° premio Scrittura e Immagine 1999, menzione speciale Videoart Festival Locarno 2001, alcuni brani trasmessi a CREA (La 7)
“I morti del cimitero
di Spoon River raccontano ad un viandante le loro storie.”
Alessandro Amaducci
“Il fatto che questi
morti-anime parlino è una meravigliosa forzatura culturale che Lee Masters
trae da tradizioni più antiche, che hanno radici nel pensiero greco delle
'larve' incontrate da Ulisse o nell'idea di Dante che 'sente' delle voci: ma
sono sempre voci mentali, che appaiono in sogno o attraverso una visione...Il
problema del testo è un assillo che mi pongo da Illuminazioni...Dare
una voce alla poesia è sempre stato un problema enorme: come dare voce
ad una forma letteraria, quella poetica, che è stata scritta per una
lettura muta, mentale?”
Alessandro Amaducci, (a cura di), Indiscipline, Invideo
2000, Santhià, GS, pg. 84
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“In questa serie di
brevi e folgoranti ritratti di trapassati, esplicitamente ispirata alla celebre
Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (1915), Alessandro Amaducci si
misura di nuovo (dopo Illuminazioni, da Rimbaud, realizzato nel 1994) con la
sfida della scrittura, della sonorità e della visualità poetiche.
Il video, concepito come una serie (ogni ritratto dura intorno ai due minuti),
mette in immagini e suoni i testi poetici, adoperando tutte le risorse del linguaggio
elettronico per arricchire di simboli, evocazioni, stratificazioni, echi, i
racconti di chi non è più. Come in un sogno, o in un incubo, le
parole (dette, ma spesso anche, o solo, scritte sullo schermo) evocano brandelli
di memoria della vita terrestre, che si incarnano in prelievi da una sterminata
banca dati del nostro immaginario, sottoposta alle metamorfosi video: frammenti
di vecchi film (comici, classici, d'animazione, d'avanguardia) ma anche riprese
di corpi allucinati, di transiti di folla, astrazioni, giochi di forme e colori.
La scrittura, come la voce, esita o traballa, annaspa o si dilata, ammonisce
o si dilegua. Una galleria di ritratti in cui Amaducci (che è anche teorico
e studioso dell'arte elettronica) inscrive, in filigrana, le proprie idee sulla
particolare capacità del video a rappresentare la labilità e frammentarietà
della memoria e sulla potenza visionaria e onirica delle metamorfosi elettroniche.”
Sandra Lischi, Spoon River, in Alessandro Amaducci (a
cura di), Indiscipline, Invideo 2000, Santhià, GS, pg. 84
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“(...) Ma l’occasione
per parlare del videoartista torinese è offerta dalla sua ultima opera,
Spoon River, che segna senza dubbio un punto d’arrivo nella sua estetica.
È intuibile che l’ambizione di trasporre la celebre antologia di
poesie dell’americano Edgar Lee Masters nasce proprio dal fatto che il
video di creazione - libero da qualsiasi regola narrativa e da qualsiasi struttura
lineare - è il mezzo più adatto per visualizzare la parola poetica.
L’autore dice a questo proposito: “(...) Come dare voce ad una forma
letteraria, quella poetica, che è stata scritta per una lettura muta,
mentale?” I ritratti dedicati ai defunti che giacciono sulla collina tentano
di dare risposta al quesito nel modo più articolato possibile, utilizzando
immagini di repertorio, classici del cinema, lettering, voci fuori campo, interventi
di computer graphic e computer animation, riprese dal vero rielaborate, ecc.
Come per molti altri suoi lavori, Amaducci decide di essere soprattutto un ricercatore
iconografico, un catalogatore, un assemblatore. La sua stessa profonda conoscenza
della videoarte e del cinema sperimentale, lo portano a fare citazioni (da Anger
alla Deren), oppure riutilizzare tecniche di manipolazione che sono diventate
la cifra stilistica di molti altri autori. Il suo è in qualche modo un
azzardo, una sfida tutta giocata all’interno del linguaggio. Il misurarsi
a lungo con la tecnica non è tuttavia un puro formalismo, ma una scelta
precisa dettata sia dalla sua convinzione che la pratica genera la teoria e
viceversa, sia da una riflessione sul farsi dell’immagine in relazione
al (dis)farsi della poesia.
Vi sono alcune costanti negli episodi: per esempio il fatto che i “dormienti”
vengono quasi sempre raffigurati in forma di fotocopia, per accentuare in fondo
la loro natura di fantasmi. La morte è come un sogno per Masters così
come per Amaducci. Dunque l’evocazione dei personaggi tramite la loro
voce, che muta di volta in volta (limpida, sussurrata, deformata, ecc.) crea
una suggestione onirica che si riverbera sulla creazione e sulla scansione delle
immagini, astratte o figurative che siano. Il primo ritratto è naturalmente
quello dell’ottico Dippold, e serve in qualche modo da prologo per definire
le infinite modalità del vedere. Oltre a questo, gli episodi più
riusciti sono Jenny M’Grew, Fletcher Mc Gee, Ernest Hyde, Rosie Roberts
e Amelia Garrick. Ma è chiaro che soltanto una visione d’insieme
può restituirci la complessità e la visionarietà che è
alla base di tutto il progetto: la continua variazione su un tema che - al di
là delle allegorie di Masters - resta per Amaducci l’equivalenza
tra scrittura visiva e scrittura poetica.”
Bruno Di Marino, La tecnica in versi. Spoon River, l’ultima
opera di Alessandro Amaducci, Ars n. 40, aprile 2001, Milano, De Agostini, pg.
70
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“Alessandro Amaducci,
dopo aver “riletto” in video le Illuminations di Rimbaud (1994)
e dopo un periodo di contatto intenso con immagini d’archivio (anche drammatiche)
presso l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza a Torino
trova ne L’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters un testo che
racchiude in sé varie suggestioni possibili, alcune delle quali già
esplorate dall’autore video: la poesia, ovviamente, ma anche una dimensione
surreale e onirica - cui il video, secondo le teorizzazioni di Amaducci, che
è anche uno studioso di videoarte, si attaglia particolarmente -, la
memoria, di fatti tragici ma anche della quotidianità, l’oltrepassamento
dei linguaggi consueti, attraverso la poesia, appunto, ma anche dei confini
fra vivi e morti, silenzio e parola, presenza e assenza (...). In Spoon River
(1999-2002), costituito da una serie di brevi ritratti (da due a quattro minuti
ciascuno) corrispondenti ad altrettante poesie e personaggi, il trattamento
elettronico dell’immagine e del suono consente sia di ascoltare il testo
(come se fosse detto dal o dalla protagonista del racconto in prima persona)
che, talvolta, di leggerlo sullo schermo: ma il testo stesso, come la voce e
come le immagini che lo accompagnano, è sottoposto a metamorfosi, esita,
ondeggia, si fa minuscolo o imponente, trema, scompare. In alcuni episodi, il
difficile compito di dare suono alla voce dei trapassati (oltre che al testo
poetico stesso) viene eluso, e il testo viene affidato esclusivamente alle immagini
- evocative, stratificate, evanescenti, mai illustrative e didascaliche - e
ai versi scritti, in modi diversi e con ritmo e andamento cangiante, sullo schermo.
Il problema antico e irrisolto della voce della poesia (il cui lettore ideale
è secondo alcuni, e ove possibile, l’autore stesso), viene qui
affidato a una duplice possibilità: la recitazione - che, affidata agli
interpreti più diversi, va da effetti di straniamento a sottolineature
caricaturali e “medianiche” fino a una dizione il più possibile
semplice e piana - e/o la lettura, seppure alterata rispetto alle modalità
della pagina scritta.”
Sandra Lischi, Visioni elettroniche. L’oltre del
cinema e l’arte del video, Roma, Biblioteca di Bianco e Nero, Fondazione
Scuola Nazionale di Cinema, 2001, pg. 69
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“Una lama affilata fende
il buio dello schermo, da questa lacerazione emergono dita incorporee, un occhio,
un intero mondo sommerso che si materializza dal fascio di luce del proiettore.
Personaggi evanescenti acquistano corporeità e raccontano la propria
storia. (...) Alessandro Amaducci, classe 1967, studioso di arti elettroniche,
v.j. e autore di talento, ci riprova. Dopo Illuminazioni del 1994 è la
volta di questo video, proiettato in anteprima (e ancora in versione provvisoria)
al Cineclub Arsenale di Pisa (...). Amaducci inchioda lo spettatore alla poltrona
con il disagio arcano di una voce surreale, che sfrutta l’immagine e la
deforma, insinuandosi nelle pieghe del quotidiano. Sono venticinque i “segnali
elettronici” che i morti ci inviano dalla collina, voci che di volta in
volta “recitano” la loro storia oppure lasciano tracce evanescenti
tramite parole sbiadite su sfondo scuro. “Ho pensato che lo spirito fosse
il suono e che l’immagine fosse delegata a qualcos’altro; è
la voce che rappresenta l’osmosi tra il mondo dei morti e il mondo dei
vivi”. E i suoni sono voci distorte, pianti isterici, alti e bassi che
colpiscono allo stomaco. Su questa colonna sonora (...) si iscrivono le immagini
ricorrenti di volti schiacciati contro membrane invisibili, ectoplasmi che emergono
da dietro gli angoli delle case, mentre istantanee sfocate della guerra (...)
si sovrappongono a idoli tribali e star del cinema, a riprese tv ed alle spirali
magnetiche di un frattale. Il linguaggio digitale esplora se stesso, dilatandosi
e contraendosi all’infinito, raggiungendo possibilità espressive
che non sono già più videoarte e che sono qualcosa di diverso
dal cinema. E lo fa tramite una sovrapposizione materica di vecchie foto di
fiori e cadaveri, squarci di dolore e di luce, disegni, caleidoscopi di immagini
elettroniche, con uno scavo archeologici negli archivi della memoria che riporta
in superficie, come nelle migliori tavole di Dave McKean, visioni sfuggenti
tra sacro e profano. (...) La predilizione del “diverso” ed il bianco
e nero sfocato creano un universo parallelo imbevuto di ossessioni malinconiche,
che ricorda le opere più inquietanti di Joel-Peter Witkin. I 25 micro-racconti
narrano l’interiorità di uomini e donne che hanno vissuto, lottato,
amato, soprattutto odiato. Questo, per Amaducci, è il messaggio dei morti.
Non la critica ai mali degli Stati Uniti e alle cosiddette “libertà
americane” che in molti (primo fra tutti, Pavese) hanno ritrovato nelle
parole di Masters. Ma forse, in questi tempi di guerre chirurgiche e di giustizie
infinite, nemmeno i morti avrebbero più voglia di ripetere verità
stanche all’orecchio di un sordo.
Gabriella Jacomella, Spoon River, voci elettroniche dall’aldilà,
Il Manifesto, 10 gennaio 2002, pg. 15
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“Se l'immagine elettronica,
per Amaducci, è la più adatta a rappresentare il pensiero, il
sogno, la memoria, e il confine fra questi stati mentali, le "illuminazioni"
di Rimbaud (1994) ma, ancor più, i frammenti di vita evocati dai morti
della collina (Spoon River, 1999-2003) sono per lui un terreno ideale di ricerca
visivo-sonora. (...) Simboli, echi, risonanze, richiami all'inconscio (col rischio
cosciente, e talvolta per me inquietante, di derive metafisiche e spiritualiste)
aleggiano (...) nel video Spoon River, grande affresco digitale delle umane
esistenze, lungo fatto di corti (o corto di lunga durata), in cui le voci dei
morti raccontano ai vivi, e il mondo dell'aldilà preme sullo schermo
come a volerlo forzare: scrittura, immagine, suono, bianco e nero e colore,
dialogano fra loro e con una sapiente mescolanza di immaginari collettivi prelevati
da film, creati al computer, ripresi dal vero, e la metamorfosi consentita dall'immagine
elettronica diventa luogo del transito, ritratto imperfetto e quindi calzante
della condizione di soglia tra vita e morte, vicenda vissuta e vicenda ricordata,
solitudine e comunicazione, racconto e trasfigurazione, costruzione e de-composizione
di forme e di narrazioni. Immagini astratte, struggenti rievocazioni di brandelli
di esistenze sofferte eppure rimpiante, oggetti, voci trasfigurate o affidate
a incerte e fluttuanti scritture sullo schermo, volti appena intravisti, ombre,
corpi, ambienti deserti, abbandonati dal tempo e dalla vita, presenze-assenze
si susseguono inanellandosi e mescolando i propri destini.
Certo deve aver contato, in questa scelta delle poesie di Edgar Lee Masters
e nella accurata e acuta rappresentazione delle "anime morte", la
solitaria e paziente frequentazione notturna di vecchie pellicole dell'Archivio
torinese, di fantasmi fotografici provenienti dai lager nazisti o dalle brigate
partigiane, di voci e volti del passato, mangiati dall'usura, dal tempo, dal
dolore. Ombre, "la morte al lavoro" incarnata dal cinema stesso. Ombre
in qualche modo riportate alla vita, ri-attualizzate, dall'incessante vibrazione
dell'immagine elettronica, dalla nuova impaginazione e dalla ri-scrittura video.
In questo importante e imponente lavoro ispirato a Spoon River Amaducci sembra
aver trovato uno "stile" compiuto, che raccoglie e armonizza le sue
tante direzioni di ricerca coniugando sperimentazione formale e anti-naturalistica,
invenzione e narrazione poetica, simbologia e richiami all'immaginario collettivo,
visionarietà, esplorazione creativa dell'universo sonoro, arte del ritratto,
testimonianza storica, cronaca, felicità cromatica, stratificazioni evocative.
Senza dimenticare ritmi e ricchezze visive a cui una certa videomusica non illustrativa
ha abituato sguardi e menti delle generazioni più giovani, quelle "nate
con la televisione in casa". Un testo fatto di tanti testi, e insieme lo
spunto per "altre" storie: quelle dell'immagine elettronica, che sono
innanzitutto storie di forme, trame luminose prima ancora che trame narrative.”
Sandra Lischi, Alessandro Amaducci. Palinsesti della memoria
in Alessandro Amaducci, Banda anomala. Un profilo della videoarte monocanale
in Italia, Torino, Lindau, 2003, pg.151
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Spoon River di Alessandro Amaducci è una delle più raffinate
opere videoart che si sia prodotto in Italia. Le potenzialità
dell'immagine elettronica sono sfruttate in senso pittorico, attraverso
un dinamismo coerente e quasi sempre essenziale.
Siamo ben lontani dalle facili allusioni di certa videoart commerciale,
così come dalle pretese cognitive di molte installazioni interattive.
In quest'opera, emerge un'impressione autoriale notevole e ben
delineata. Una presenza forte, irremovibilmente allineata al corso
dell'Arte e della sua Storia.
Dal punto di vista iconografico, Amaducci sa rivestire ed avvolgere con
intuito poetico; da un punto di vista tecnico, si comporta da sapiente
artigiano, e richiama a pieno le possibilità offerte dal digitale.
Eppure, non supera mai una certa soglia bidimensionale, mantenendo questa ricerca ben lontano dalla fantasmagoria, dall'intrattenimento visivo, dalla sospensione della criticità.
Con Spoon River Amaducci compie un'operazione semplice e
importante. Ancora una volta, ma forse "più forte di prima", l'autore
determina un ambito creativo, un "approccio" all'immagine elettronica
che ne evidenzi in modo chiaro e semplice le potenzialità simboliche.
Ma in questo senso, delineando e forse salvaguardando una via, non la percorre con intenzioni radicali, e lascia nello spettautore un senso di richiamo al dovere.
La via di ricerca che ci viene in qualche modo indicata,
non avrà facili conferme, e forse non ha più nemmeno molti spettatori.
Tuttavia, essa travalica il concetto di "videoarte", se ne infischia di
certa attualità, di questa svuotante orizzontalizzazione, e ci riconduce innanzi a ciò che importa: il nostro confronto con noi stessi, con le nostre profondità; forse, con l'esserci.
da http://www.cronotipi.splinder.com/post/15014224/ _____________________________________________________
Alessandro Amaducci
è un videoartista e un teorico della videoarte, i suoi lavori mirano
alla creazione di un universo poetico audiovisivo inventivo,
fantasioso, onirico (ma anche da incubo). La tecnologia viene applicata
per rubare immagini e soggiogarle alla propria fantasia, animarle di
nuova vita, mischiarle e deturparle. Il video per Amaducci è un'entità
liquida che la tecnologia, subordinata all'immaginazione dell'artista,
modifica e controlla, manomette e riordina.
L'incontro tra la sua poetica del video e le poesie di Spoon River
di Edgar Lee Masters ha generato una serie di ritratti in cui la poesia
di Masters si fonde in una sorta di evocazione audiovisiva potente.
Questo progetto, la cui gestazione è durata anni, ha trovato ora (dopo
diverse proiezioni parziali in festival e rassegne) una sua forma. Un
DVD con libro dalla fattura davvero preziosa: Alessandro Amaducci, Spoon River, edito dalla casa editrice Kaplan di Torino.