ACHERONTIA ATROPOS, 1995, 5’, BETACAM
realizzazione video: Alessandro Amaducci, Nicoletta Polledro
fotografia: Claudia Fornengo
testo: Nicoletta Polledro
scritte: Sonia Galvan
con: Nicoletta Polledro, Maria Grazia Solano
musica: Domenico Sciajno
produzione: Cooperativa 28 Dicembre

2° premio Spazio Italia Festival Cinema Giovani 1996

“Due corpi e una poesia. Il video è un viaggio visivo e sonoro dentro le pulsioni della parola che diventa immagine, dentro gli scontri fra la pellicola e l’immagine elettronica. Mi vedi falena nel buio, che sbatte più fragili antenne...”
Alessandro Amaducci, Nicoletta Polledro

“E ancora sui luoghi e corpi da far intuire che lavorano Alessandro Amaducci e Nicoletta Polledro con Acherontia Atropos, ricomposizione e definitivo sfilacciamento di immagini che si sfuggono e amano in un percorso che fa esistere la carne, la fisicità dei corpi e quella di una memoria filmica sperimentale sulla quale si sovrappone l’immagine video mutante nelle forme della manipolazione. Una video-poesia, per immagini e parole che, insieme, documentano un evento, una performance continuamente offuscata dalle ombre e dal buio che, come un chiudersi/aprirsi di palpebre in un tempo della veglia, velano i corpi rendendoli, proprio attraverso questo procedimento, ancor più tangibili e presenti.”
Giuseppe Gariazzo, Spazio Italia, Cineforum 360, n. 10, dicembre 1996, Bergamo, Federazione Italiana Cineforum, pg. 56

“Il cinema corto respira. Per questo, a dispetto della metratura, gli sfondi si sono dilatati, o sarebbe meglio dire approfonditi, fino a diventare substrato del cinema “possibile” (...) o materiale di congiunzione poetica: Acherontia Atropos di Alessandro Amaducci e Nicoletta Polledro. In una specie di ritorno al preconscio (allargato, “vissuto”, non strettamente egocentrico, in grado perciò di costruire connessioni) non solo la memoria storica e privata coesistono su scenari ritrovati, e l’onirico vive nel reale autentificato, ma gli spazi insignificanti racchiudono recessi di intimità, le camere chiuse e i percorsi obbligati un infinito che non è necessario (far) vedere, il déjà vu la percezione chiara dell’atto “presente” della messa in scena. IL risultato tangibile è un alternarsi di densità e rarefazioni, di affollamenti e di vuoti, di totale immersione e di estraneità, di oscillazioni nell’universo simbolico.”
Adelina Preziosi, Cinema a spazio ridotto, Segnocinema n. 89, gennaio/febbraio 1998, Vicenza, Ed. Cineforum, pg. 17