2° premio Arte in video 1995, trasmesso da Achtung Baby (TV Capodistria), da Sei Milano e da Fuori Orario (RAI 3)
“La memoria concentrata
dei luoghi distrutti e abbandonati esplode, scaraventando in uno spazio mentale
le immagini dei corpi che li hanno abitati.”
Alessandro Amaducci
“(...) I seducenti spazi
abbandonati e in rovina della contemporanea era postindustriale diventano il
set in cui far agire i quadri di Massimo Lai, carichi a loro volta di memoria
pittorica, che appaiono e scompaiono, come ricordi frammentati, tra vetrate
distrutte e pezzi di storia ritrovata...”
Aurora Fornuto, I ricordi al di sotto di tutto, in Valentina
Valentini (a cura di), Prospetti, video d’autore 1986-1995, Roma, Gangemi
Editore, 1995, pg. 153.
“(...) I quadri di Massimo
Lai si fanno immagini altre, memorizzati nella ricerca video e deposti su ritagli
di finestre, inferriate, aperture alla visione in fabbriche abbandonate o su
reti di filo spinato, spazi aperti a intervisioni nello spazio, in cui s’individuano
schermi di proiettabilità e si ridefiniscono percorsi della memoria,
della Storia.”
Giuseppe Gariazzo, Filmcritica n. 463, pg. 123.
“Corpi e volti di antica
grazia scorrono liberamente nello spazio o sono scaraventati fuori da capannoni
industriali. Le Tre Grazie conservano la loro integrità nonostante l’esplosione,
immaginata nel video ma reale nella Storia, che ci parla ancora di luoghi distrutti
da antiche logiche affaristiche ma anche di angoli di perversione più
recenti: le fabbriche del taylorismo.”
Francesca Rossini (a cura di), L’occhio infranto,
Comune di Bari-Metropolis, pg. 55.
“La tecnica dell’intarsio
è usata anche da Alessandro Amaducci per Cattedrali della memoria (1995)
in cui le immagini d’archivio riguardanti la vita - velocizzata - della
grande fabbrica sono intarsiate e alternate con la desolazione odierna dei reparti
abbandonati e messe a confronto con immagini pittoriche. In questi casi il collegamento
con una dimensione informativa è affidata allo spettatore che deve elaborare
gli accostamenti e le simultaneità delle immagini in un possibile discorso,
non necessariamente documentario ma evocativo di situazioni e di possibili letture
di una “realtà”.”
Sandra Lischi, Visioni elettroniche. L’oltre del
cinema e l’arte del video, Roma, Biblioteca di Bianco & Nero, Fondazione
Scuola Nazionale del Cinema, 2001, pg. 112.
“Alessandro Amaducci
cerca il tempo che si è depositato nei luoghi della memoria privata e
civile, trasfigura le immagini, le fa “morire” per farle vivere
finalmente in una dimensione mitica. Cattedrali della memoria rappresenta uno
degli esempi più alti di come, con l’immagine, si possa sospendere
il tempo e collocarlo al di sopra del reale.”
Grazia Paganelli, Memoria fertile, La Gazzetta della Musica,
Torino, Dicembre 1995.