C'è molto interesse storico e critico di questi tempi nei confronti del
clip, come dimostrano le tante uscite in libreria. La coppia di autori
in questione non si è sottratta al compito e ci regala un bel volume
dove l'intento filologico si sposa a una trattazione leggibile e ricca
anche di annotazioni curiose e interessanti sotto il profilo
tecnico-artistico, secondo un preciso ordine cronologico. Utili anche
le parti aggiuntive che vedono bibliografia, videografie, indice dei
nomi e delle opere.
Giacomo Puma
Tuttodigitale
_______________________________________________________
Che le forme audiovisive che commentano, accompagnano e dialogano con i brani di musica pop –i music video: guai a chiamarli “solo” videoclip!– siano uno dei prodotti più interessanti della contemporaneità ormai sono in pochi a dubitarlo. Simone Arcagni e Alessandro Amaducci affrontano la questione con attenzione, profondità e una rara immediatezza, in un libro che si fa leggere con la rapidità e la partecipazione di quei famosi “quindici minuti” che Warhol prometteva a chiunque: in fatto di musica e celebrità. La loro, i due autori se la dividono in base alle specifiche competenze: Arcagni, che è uomo e critico di cinema, prepara il terreno nella prima parte, tracciando una storia fenomenologica del music video, che si concentra soprattutto sui confini – con il cinema essenzialmente, ma anche con la cultura pop e postmoderna. Fa bene ricordare come il luogo comune dell’estetica da videoclip prestata al cinema sia una soluzione fin troppo facile, e che si tratta di un dialogo, di una reciproca influenza; ma si apprezza soprattutto il breve capitolo iniziale, dedicato alla musica visiva e alle esperienze di cinema e (in) musica, che ritrova nel rock movie e nel rockumentary i progenitori delle forme contemporanee. Amaducci, che è studioso e performer di videoarte, si occupa invece delle relazioni tra music video e arte contemporanea, con un’esauriente rassegna di debiti, prestiti e ibridazioni: tra nomi noti e notissimi –Robert Cahen, Nam June Paik, il duo Cunninham-Gondry– e piccole scoperte –almeno per i non addetti ai lavori–, si parla di videoarte, videodanza, musica elettronica e forme sperimentali. La giovane casa editrice torinese Kaplan mette un altro tassello nel suo catalogo piccolo ma estremamente curato: il libro è presentato nella collana One pm, che ospitava già il prezioso Il cinema postmoderno di Laurent Julier.
Andrea Bellavita
www.labelmag.com