ANNO ZERO, IL CINEMA NELL'ERA DIGITALE-RECENSIONI

La mutazione digitale dell’audiovisivo, incluso il cinema, è l’oggetto del saggio di Alessandro Amaducci, che offre un’originale prospettiva teorica e analitica

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

L’attenzione per l’ineluttabile trasformazione che l’introduzione della tecnologia digitale ha apportato nel mondo del cinema si evince dal numero di saggi che indagano e affrontano questa trasformazione che rischia di minare lo “specifico filmico” del cinema.

Una nuova dimensione che ridisegna i rapporti di interrelazione tra produzione, distribuzione e fruizione. Modi che forse erano immaginabili, ma che ormai sono attuali, o lo stanno divenendo, e che, per usare un’immagine iperbolica, stanno riducendo il rapporto tra produzione e fruizione da “uno a molti” a “uno a uno”.

Un rapporto che una volta avrebbe trovato schieramenti tra il vecchio e il nuovo, tra apocalittici e integrati. Ma come Alessandro Amaducci sottolinea nel suo saggio Anno Zero. Il cinema nell’era digitale (Lindau) la storia del cinema è sempre stata attraversata da evoluzioni e innovazioni tecnologiche che hanno avuto il solo merito di poter offrire nuove possibilità espressive. Ma la svolta digitale rappresenta un punto epocale per il cinema, che potrebbe affrancarsi definitivamente dal suo specifico fotografico, dal suo processo chimico di impressione della pellicola e dal suo movimento “ingannevole”.

Amaducci sostiene, e quell’“anno zero” del titolo lo prova, che una nuova era è cominciata, un’era digitale che rappresenta la definitiva archiviazione della pellicola in favore di un abbraccio definitivo del codice binario. Senza fare ironie, nel momento in cui scriviamo la Kodak ha richiesto l’amministrazione controllata per bancarotta. Se non è questo un segno emblematico di come la svolta elettronica e digitale ha inciso sul mondo cinema…

Amaducci, che è un videoartista, ripercorre in maniera compiuta e cronologicamente esatta le tappe salienti della svolta elettronica soffermandosi in particolare su ciò che di più significativo è successo negli anni Ottanta e Novanta. Una cavalcata storica che però si mescola di continuo con un discorso teorico e critico che l’autore inserisce insieme a considerazioni e commenti per non offrire una mera panoramica storicistica.

Un discorso a parte Amaducci lo riserva alla computer grafica, offrendo un punto di vista concettuale e teorico per niente scontato, dove le immagini in CGI «sono la concretizzazione matematica di un pensiero, la visualizzazione di un modello e possono fare a meno dell’oggetto di riferimento».

Diversi autori vengono portati a esempio come testimonianze dei passaggi fondamentali dell’uso del digitale nel cinema, da Peter Greenaway a Francis Ford Coppola, Mike Figgis, David Lynch, George Lucas e altri. Dove non è difficile capire come il digitale abbia sconvolto in senso positivo l’atto produttivo del prodotto audiovisivo fornendo maggiore libertà di movimento e maggiore leggerezza logistica, un processo lento che ha dovuto vincere parecchie resistenze ma che lentamente si è infiltrato in tutti i passaggi della produzione. Come Amaducci conclude, è rimasto solo un ultimo ostacolo che sembra essere molto ostinato: quello della distribuzione. Una distribuzione miope e ancora troppo costosa che opera in maniera indiscriminata una selezione puramente commerciale e industriale, di fatto bloccando la definitiva affermazione del digitale. Un ostacolo contro cui Amaducci si scaglia con una certa veemenza poiché il blocco non è solo fattuale ma in un certo senso anche estetico poiché non permette una realizzazione piena, insomma non fa fare il passo verso l’anno uno. E non è roba da poco.

Da leggere.
http://www.filmakersmagazine.it/archives/7056

 

Il film è morto, il film inteso come pellicola non ha più ragion d’essere, al di fuori di fini meramente distributori e quindi economici, per esistere.
Il videoartista Alessandro Amaducci traccia, in questo saggio e in modo singolare, la storia di un cambiamento, di una rinascita. L’Anno Zero segna il punto d’inizio dell’era del digitale dopo la cesura con il passato della pellicola. Attraverso una ricostruzione storica attenta e precisa l’autore pone in evidenza quelle tendenze artistiche e tecnologiche che hanno evidenziato, in maniera puntuale, questo percorso di sperimentazione, di innovamento e segnatamente sottolinea due momenti precisi : gli anni Ottanta con il video analogico , e gli anni Novanta con il digitale. Percorso, questo, guidato dalla scelta di segnalare ed evidenziare quelle sensibilità artistiche che hanno saputo meglio leggere il corso del tempo e comprendere quei mutamenti tecnici, e quindi mettere in luce il lavoro prima in campo analogico con autori del calibro di Edwars, Coppola, Greenaway, Wenders e poi nel campo del digitale con Sokurov, Figgis, Mann, Von Trier e Lucas.
Questi sono solo alcuni degli autori presenti nel saggio, il cui lavoro è ben approfondito in cui si evince come questi abbiano realmente assunto quello spirito di libertà espressiva e produttiva tanto conclamato.
Troupes leggere e sistemi ad alta definizione consentono in parte di abbassare i costi di produzione dando la possibilità di sperimentare in tutti quei campi multimediali che altrimenti non avrebbero avuto opportunità di esistere. Contestualmente, lo sviluppo dell’hardware digitale ha permesso anche nel settore mainstream la possibilità di riconfigurare completamente gli standard di realizzazione dei film a cominciare dai piani di lavoro fino ai set.
Nella nuova civiltà delle immagini, a cui l’‘Uomo Audiovisivo’ è sempre più dipendente, non abbiamo più una registrazione del visivo inteso come ripresa, ma una vera e propria creazione dell’immagine, tanto distante dalla realtà quanto vicino alla percezione che si ha di essa. Si passa quindi da un’estetica della forma a un’estetica della suggestione.
Il saggio termina con una dura invettiva al sistema distributivo visto come ultimo grande baluardo alla diffusione di un vero mercato digitale tecnologicamente oggi possibile, ma compresso a causa dei vecchi sistemi produttivi non intenzionati ad adeguarsi in qunato la ‘rivoluzione’ comporterebbe, in termini di posti di lavoro e in aggiornamento di sistemi, costi non sopportabili.
http://www.close-up.it/spip.php?article3184
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Alessandro Amaducci è un personaggio ben noto - e di lungo corso - nel panorama video italiano: già videoartista nei primi anni '80, poi autore di clip e spettacoli multimediali, critico (insegna al DAMS di Torino) con alle spalle diversi testi sull'estetica e sulla tecnica dell'immagine elettronica e digitale... Insomma, la persona giusta - per competenza ed esperienza - per una trattazione dell'argomento a 360 gradi, come è necessario in un'era che ha visto e continua a vedere la commistione di generi, linguaggi e mezzi, tutti fusi ormai nel segno del digitale.
In questo interessante e completo saggio - cui manca forse una veste grafica più accattivante, più ricca di immagini senz'altro - Amaducci analizza, spiega, commenta, traccia un percorso storico, tecnico e stilistico dell'utilizzo dei media e dei formati alternativi alla pellicola: dal video analogico al video digitale, dall'Alta Definizione analogica a quella digitale. "Film is dead - dice - ovvero la pellicola è morta. Nell'era digitale il cinema (ri) parte da zero."
Giacomo Puma
Tuttodigitale n. 72
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L’avvento della "nuova era" delle immagini in movimento trasfigurate in immagine di sintesi

Negli ultimi anni il numero di pubblicazioni riguardanti il video digitale è certamente cresciuto. Prima sulla scia dei film d’animazione digitali e degli effetti speciali, più di recente per un diffuso interesse per i film girati in DV e in altri formati, fino all’alta definizione.
Questo Anno Zero si pone certamente in questo filone, e attraverso una precisa cronologia, ripercorre la storia dell’immagine elettronica – analogica prima, digitale poi – insieme ad autori diversi per formazione e intenti come Zbigniew Rybczynski, Peter Greenaway, George Lucas, Aleksandr Sokurov, Mike Figgis, David Lynch, Michael Mann, Lars von Trier e altri. L’intenzione è quella di mostrare un percorso che dalle prime sperimentazioni di video applicato al cinema (si parte dall’introduzione del video assist sul set di Hollywood Party di Blake Edwards) arrivi all’alta definizione, e al superamento della pellicola per una sua definitiva "consegna" agli scaffali delle cineteche. Da qui la nascita di un "nuovo" cinema interamente digitale (il fatale "Anno Zero" del titolo, appunto).
Il percorso disegnato dall’autore è denso, e tenta di affiancare al profilo storico un discorso teorico sul digitale e sull’immediato futuro del cinema. Attraverso i film presi in considerazione, si delinea il passaggio da un’iniziale coesistenza di più formati (pellicola, video analogico, digitale in bassa e alta definizione) e soprattutto di più linguaggi (frammentazione della narrazione e dell’immagine-quadro in primis), a un "consolidamento", per così dire, dell’uso del digitale nel cinema, fino alla definitiva digitalizzazione di tutto il processo produttivo, dalla "nascita" del primo frame alla proiezione.
L’indiscusso pregio di questo volume è quello di raccogliere testimonianze e modi di concepire il digitale anche molto differenti tra loro, e di presentare i problemi teorici che molti di questi "film" (virgolette d’obbligo) portano a galla, insieme a nuovi processi di mercato. Vi è però la tendenza ad appiattire un orizzonte di discussione quanto mai stratificato su un unico tema: "la pellicola è morta". Che la pellicola sia morta o moribonda, viene ormai dato per scontato. Altrettanto scontato, ma meno noto ahinoi, è il fatto che siano i distributori cinematografici a frenare (in parte o del tutto) lo sviluppo definitivo di un cinema interamente digitale. Manca forse un approfondimento delle differenze tra i vari autori in questione, e più in generale un ampliamento del discorso di tipo economico/produttivo legato a quello estetico/linguistico, almeno nei casi dove il digitale si presenta come mero sostituto della pellicola (tradizionale cinema di finzione girato in HD), e pronto a essere integrato in nuovi vincoli industriali. D’altronde quando un’unica società può fornire le tecnologie di ripresa, di post-produzione, di proiezione e distribuzione in sala, e allo stesso tempo può pubblicare e distribuire l’home-video e anche costruire l’hardware per la sua fruizione casalinga (TV, DVD e home theatre), probabilmente anche i processi distributivi (via satellite, internet e quant’altro) saranno pienamente integrati nel mercato. Piuttosto si potrebbe sperare che insieme a questo mutamento – o "migrazione" se volete – di supporto, anche il linguaggio del cinema mainstream sappia rinnovarsi, magari sulla scia degli autori citati in Anno Zero.
http://www.cinemavvenire.it/editoria/anno-zero-il-cinema-nellera-digital...
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Dopo avere pubblicato studi sull’immagine elettronica e sulla videoarte (da sempre luoghi prediletti della sua riflessione teorica e della sua creatività), Amaducci “ritorna” a interrogarsi sul cinema, sostenendo però che dobbiamo abituarci a usare la parola cinema in modo estensivo, per quello che etimologicamente significa, ovvero “immagini in movimento”. Il sottotitolo dato al volume è un po’ riduttivo: nell’analizzare in che modo il cinema in pellicola abbia interagito con le nuove tecnologie, Amaducci risale agli anni Sessanta di Hollywood Party (primo esempio di video assist integrato durante le riprese), passando per le immagini elettroniche sperimentate negli anni Ottanta da Coppola e Wenders, o per le ricerche di Greenaway sull’Alta Definizione Analogica. Il digitale si presenta come una svolta epocale anche rispetto all’immagine elettronica, grazie all’introduzione del montaggio non lineare, del compositing, dell’immagine di sintesi e della rielaborazione dell’immagine analogica in post-produzione. Nella seconda parte del volume, Amaducci illustra in che modo questa rivoluzione in atto “ricada”, non solo produttivamente ma anche esteticamente, sul cinema del grande schermo. Coniugando alla consueta competenza tecnica una raffinata qualità interpretativa, l’autore esplora le sperimentazioni digitali di Lynch, Rohmer, Rodriguez, von Trier, Kiarostami, Michael Mann offrendo con semplicità e chiarezza di scrittura nuovi elementi di comprensione e di analisi.
Silvio Alovisio, La rivista del Cinema 52, Ottobre 2007, Museo Nazionale del Cinema di Torino
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Le libertà del digitale.
"Per me non c’è una grande differenza fra il film e il video. Uno è la mano sinistra, l’altro è la destra». Questa dichiarazione di Jean-Luc Godard, insieme ad altre di Francis Ford Coppola, Wim Wenders, Bill Viola,William Lubthanskye Nam June Paik, apre il belvolume di Amaducci incentrato su quei film «interamente oquasi interamente girati, montati e postprodotti in digitale,ovvero quelle produzioni che hanno deciso di abbandonare il supporto della pellicola afavore di formati elettronici e digitali di vario tipo». Non,dunque, un’analisi sull’effettistica speciale e sulle meraviglie della computer graphic, ma una ricognizione ragionata, di tagliostorico, che individua in alcuni, celebri titoli gli esempi più limpidi delle potenzialità tecniche e delle libertà espressive offerte oggi dal digitale: da «Un sognolungo un giorno» (1982) diCoppola a «L’ultima tempesta»(1991) di Peter Greenaway, da«Dancer in the Dark» (2000) di Lars Von Trier a «INLAND EMPIRE» (2006) di DavidLynch. Con la prodezza balisticadi «Arca russa» (2002), firmato da Alexsandr Sokurov (un unicopiano sequenza di 90 minuti, reso possibile dall’alta difinizione digitale), a concretizzare unodegli obiettivi più agognati della settima arte.
Paolo Perrone, Il tempo, 27 gennaio 2008