intervista
Alessandro Amaducci
Da molto tempo, quella di Alessandro Amaducci è una presenza costante
nel panorama videoartistico italiano. Sei noto per la pubblicazione di
libri, la realizzazione di molte opere, le attività didattiche, le
contaminazioni con danza, performance e vj-set. Qual è il minimo comune
denominatore della tua ricerca teorica e pratica?
Beh,
innanzitutto grazie per la presentazione: costante mi sento costante,
presenza non saprei. Ma veniamo al dunque: sì, per me il comune
denominatore c’è, e sono io. Consideratela una risposta banale e non
presuntuosa, e vado a spiegare meglio. Innanzitutto: fin da subito nel
momento in cui mi sono imbattuto in questa cosa chiamata videoarte, mi
sono buttato a leggere, studiare, un po’ in funzione della mia tesi di
laurea, un po’ per interesse personale: essendo sempre stato attratto
da tutti i tipi di avanguardie, mi hanno sempre affascinato gli artisti
o i gruppi di artisti che in qualche modo teorizzavano (anche in
maniera programmatica con l’uso dei manifesti) ciò che facevano.
Per me l’uso di un mezzo è sempre il frutto di una scelta consapevole,
e le teorie dello specifico del mezzo mi hanno sempre convinto, anche
nella loro parzialità estetica, più dell’indefinitezza e delle frasi
solite “sono un artista per cui uso i mezzi che mi pare” che ho trovato
sempre molto presuntuosa. Insomma, pochi potrebbero avere il coraggio
di sostenere una cosa simile: Leonardo Da Vinci e pochi altri.
Fortunatamente ho studiato la videoarte in un periodo in cui la teoria
c’era, ed era pure radicale, e si basava sul dimostrare la lontanza
della tecnologia (e quindi
dell’estetica)
del video da quella del cinema, teoria che ho sposato subito e
incondizionatamente, anche per un motivo molto semplice: che è bello
avere un nemico. E soprattutto, è bello essere un artista che non ha
bisogno di un teorico o di un critico per giustificare o spiegare la
propria visione dell’arte.
Questo per dire, insomma, che la
teoria e la pratica per me non sono stati mai due percorsi separati, ma
piuttosto due binari che si rinforzavano a vicenda, per cui le attività
didattiche e se vogliamo teoriche (i libri, l’insegnamento) sono sempre
andati pari passo con quella pratica e viceversa. Sono convinto che
usare un mezzo e contemporaneamente pensare al mezzo siano fondamentali
per poter dire qualcosa con il mezzo. Altrimenti si fa tappezzeria
estetizzante.
Il corpo per me è sempre stato un luogo simbolico, l’unica cosa che ha
un senso riprendere: non è solo una questione puramente formale, ma di
estetica (nel senso filosofico del termine), vale a dire: dall’immagine
cerco emozioni, sensazioni, sensualità, erotismo, paura, orrore, voglio
che le immagini si sentano. Per cui il movimento di un corpo
riconoscibile, così come il movimento delle immagini astratte, tutto
ciò che inserisco a livello visivo nei miei video deve essere sensuale,
tribale, rituale, ipnotico, seducente, agghiacciante, eccetera. Per
questo motivo, ma ne riparlerò più tardi, mi piace il live sia teatrale
che da v.j.: preferisco avere un pubblico vero, che sente e magari
balla sulle mie immagini, che posso testare in diretta, che risponde
fisicamente e non per e-mail. Insomma, mi piace l’uso che si fa della
tecnologia fredda per restituire qualcosa di caldo, o se freddo
dev’essere, allora che sia di ghiaccio. Per questo motivo,
stilisticamente, oscillo fra l’astratto e il referenziale, mischiando
il più possibile le due dimensioni.
Durante
gli anni che ti hanno visto attivo, gli strumenti si sono sviluppati
nel senso di una maggiore interattività, e, lentamente, il video è
stato assorbito dall’informatica; nel frattempo, sono morti e nati un
infinità di formati analogici e digitali. Come hai vissuto tutti questi
trapassi, e come, l’evoluzione della tecnologia, ha favorito o
contraddetto le tue tendenze espressive? Ti sei mai sentito “spaesato”?
Sì certo: il mio libro Segnali video è dedicato a coloro che sono nati
col televisore in casa, ovvero a coloro che non hanno subito il trauma
del passaggio dal cinema alla televisione (e quindi anche io), mentre
io faccio parte, anche se non sono così vecchio (?), della generazione
che ha visto il passaggio dall’analogico al digitale. Nel mio lavoro di
montatore (il mio lavoro ufficiale per un certo periodo di anni) di
passaggi ne ho visti e ovviamente lo spaesamento c’è stato, ma
personalmente nutro un certo senso di eccitazione nei confronti della
fine di qualcosa, perchè mi dà un senso di vita, per cui non me ne sono
mai preoccupato sul serio, salvo pormi ovviamente tutta una serie di
qestioni teoriche.
Se da un punto di vista teorico ho sempre insistito sulla “fragilità
strutturale” dell’immagine elettronica è anche perchè, già con la
tecnologia analogica, non si aveva assolutamente la sensazione che in
qualche modo la tecnologia stesse ferma: ci sono state delle pause di
comodo, per poter lavorare con tranquillità. Ad un certo punto, ad
esempio, il betacam è stato un formato che ha messo d’accordo un po’
tutti, ma tutti sapevano che prima o poi anche quello sarebbe cambiato:
col digitale appunto. Sul digitale inizialmente qualcuno ha nutrito la
teoria che si sarebbe stabilizzato tutto, adesso sappiamo che non è
così, ma sarà sempre peggio, nel senso che anche la tanto agognata (per
alcuni) morte del nastro non sarà sostituita da alcun supporto rigido
standard: già ora sul dvd c’è una bella lotta con quello che sarà il
prossimo standard: laser blu della Sony o qualche altro sistema della
Sharp o della Philips ovviamente incompatibile col resto del pianeta?
Qualcuno un bel giorno si sveglierà e deciderà che è meglio fare tutti
i dvd in area 0? Del resto, chi ha cominciato ad usare agli inizi il
digitale su altre cose (immagini fisse) si è reso conto che già fra Mac
e PC c’era piena incompatibilità, solo ora si sono messi d’accordo, e
sono passati più di vent’anni dall’avvento del personal computer.
Certo il lavoro del montatore con il digitale è cambiato. Nel mio libro
“Il video digitale creativo”, che è un po’ la seconda puntata di quello
sull’immagine elettronica, racconto le ambasce e le angosce del
sottoscritto. Ovviamente, ci sono vantaggi e svantaggi. In realtà, dal
punto di vista concettuale, per ora, il montaggio digitale smonta
l’idea di flusso in entità discrete e quindi si avvicina di più al
cinema. Con dei paradossi però: le timeline dei sistemi di montaggio
non lineare sono sviluppate in orizzontale (un cinematografaro convinto
le avrebbe messe in verticale), e questo in realtà perchè i sistemi
dedicati all’audio, che si son sviluppati prima del video, hanno
fortunatamente deciso così. Questa è la cosa più interessante, perchè i
programmi dedicati al video in realtà sono impostati secondo delle
dinamiche musicali più che visive, senza contare il fatto che
(all’opposto) adesso io una traccia sonora la posso vedere
graficamente. Con il digitale ha vinto sicuramente l’audio, il suono.
Per un ex fumettista dall’animo grafico-pittorico (e anche un po’
musicista) come me poter gestire montaggio e postproduzione, video e
grafica e audio nel medesimo ambiente operativo garantisce un progresso
enorme rispetto alla situazione dell’analogico, fatto di macchine
separate, ingombranti, capricciose… Poter usare i filtri per poter
incidere sull’immagine è un’occasione clamorosa per chi non sopporta
l’immagine così come esce dalla telecamera; la possibilità di far
interagire programmi diversi (anche programmi di fotocomposizione) è
ovviamente una conquista per chi ama modificare le forme… Insomma la
possibilità di trasfigurare il reale ora è veramente questione di
gusto, perchè puoi fare più o meno tutto quello che vuoi. Però, certo,
mancano gli incidenti dell’analogico, manca il flusso, manca l’acqua.
Prima si usavano gli acquarelli, ora abbiamo in mano compasso e
squadrette. Voglio dire: l’incidente digitale provoca una non-immagine,
l’incidente dell’analogico comunque qualcosa faceva venir fuori. C’è
sicuramente più vuoto nell’immagine digitale, mentre con l’analogico
avevi sempre la sensazione che “sotto” l’immagine ci fosse sempre
qualcosa, la neve, il rumore, i drop (beh i drop esistono anche in
digitale, e sono particolarmente più sgraziati di quelli
dell’analogico). Sotto l’immagine digitale (e per digitale intendo sia
il video digitale che la grafica 2 e 3 D) c’è una matrice di numeri, e
su questa matrice di numeri sbatti il naso.
Essendo io un appassionato utilizzatore di programmi ma non un
informatico, mi spiace ogni tanto non poter andare nel cuore del
sistema per disturbarlo: con l’analogico avevi la sensazione che la
scatola nera la potevi aprire, col digitale no: o sei in grado di
riscrivere il programma che usi, oppure puoi portare ai limiti il
programma, ma mai smontarlo sul serio: se lo smonti si rompe, e la cosa
finisce lì. Per questo motivo, parlando di grafica 3D, ammiro e
apprezzo dal punto di vista estetico coloro che (e sono pochi) scrivono
I programmi che usano, ovvero assommano dentro di sè le qualità del
softwarista con quelle dell’artista: William Latham, Kawaguchi e pochi
altri. Ma li invidio anche perchè io non ne sarei proprio capace, e
continuo a chiedermi perchè mai i programmi di computer grafica mi
obblighino a lavorare su degli spazi prospettici da camera ottica,
piuttosto che invece in spazi cubisti, anamorfizzati, con delle
prospettive che non esistono… direbbe qualcuno: il problema è il
modello, certo: ma possiamo andare oltre Tintoretto e arrivare a
Picasso? E’ un computer o un foglio di carta quello che usiamo? Certo,
la terza dimensione è una grande conquista, ma usata così a me
personalmente interessa poco.
Se le tecnologie hanno favorito o contraddetto le mie tendenze
espressive è una bella questione. Onestamente: io sono un fautore
dell’ascolto, ovvero di una dinamica di rapporto con la macchina per
cui l’utilizzatore prima sta a vedere cosa le macchine sono in grado di
fare, e poi ci pensa su. Potrei dire entrambi: il digitale ha favorito
il mio animo pittorico e da collagista, e ha contraddetto uno dei
capisaldi della mia posizione estetica, nel senso che il digitale
comunque si avvicina al cinema (soprattutto a quello di animazione, che
è l’unico tipo di cinema che ho sopportato) pur oltrepassandolo, ma in
un qualche modo ha ucciso l’analogico e tutto quello che si portava
dietro, anche e soprattutto dal punto di vista teorico. Io ora
preferisco parlare di immagini in movimento e non più di cinema,
videoarte, televisione, videoclip, perchè il digitale, sul serio, nel
bene e nel male, ha rimesso in discussione tutto. Il digitale mi ha
riportato al cinema (voglio dire alla sala cinematografica) nel senso
che molto cinema digitale di adesso, anche quello commerciale (registi
come Rodriguez o Lucas, che non si pongono molti problemi estetici ma
più pratici) hanno qualcosa che mi attira, tanto che adesso (e per me
fino a poco tempo fa era una bestemmia) sto lavorando ad un progetto
per un film digitale, sul quale non dirò nulla per scaramanzia.
Di fatto però, e sono sincero, non è una scusa, anche i film digitali
che vedo non riesco più a considerarli dei film, sono qualcos’altro che
non saprei definire. Tanto per dire, sono andato a vedere al cinema
“Final Fantasy” che mi ha sconvolto proprio per quella qualità che più
è stata criticata, e cioè che quei personaggi erano evidentemente
digitali, insomma erano degli automi, dei perfetti manichini,
stranianti con la loro pelle vuota, corpo molle, ossa fragili… E poi la
cosa interessante che proprio quegli autori che più insistono sulla
comodità del digitale, parliamo ancora di Rodriguez, in realtà non si
rendono conto che fanno dei film così perchè usano il digitale, cioè il
mezzo va ad incidere sul loro linguaggio e sulle possbilità delle cose
da fare: “C’era una volta in Messico”, che sembra un film “normale” con
effetti speciali non sarebbe così se non fosse stato girato montato e
postprodotto in digitale… Insomma laddove ci sono delle novità e sento
odore di freschezza mi sembra che le cose stiano cambiando, mentre il
settore sperimentale videoartistico netartisitco digitalartistico,
soprattutto ora, mi sembra raggomitolato su se stesso, non tanto dal
punto di vista tecnologico, perchè se ne vedono di tutti i colori, ma
estetico e (lo dico sì lo dico) contenutistico, perchè direi che è ora
di smetterla di non avere altro contenuto che non la tecnologia stessa…
Morirà prima o poi l’arte concettuale e il metalinguaggio?
Una
sfera creativa che si definisce video-arte, forse dovrebbe nascere
dalle caratteristiche costitutive del video, dalla manipolazione dei
parametri fondamentali degli standard televisivi e digitali (ad es.
neve, chroma, valori rgb, interlacciamento, frequenza dei fotogrammi,
definizione…). Dovrebbe, insomma, trovare in se stessa la sua
specificità. Questo avveniva in modo palese nella prima “età” della
videoarte, quando le immagini venivano decostruite dai mixer a/v, ed i
monitor venivano torturati con calamite. Ora, con il digitale, è più
difficile identificare questa specificità del video, forse perché si
fonde con quella dell’informatica. Per quanto, ancora, avrà senso usare
questa definizione?
Con la domanda precedente mi sono
avvicinato a questa questione, che è cruciale, e mi fa piacere che me
la poniate. Insomma, è una questione di termini. Che cos’è la
videoarte? C’è stato un primo periodo in cui i teorici ma anche gli
artisti davano risposte piuttosto nette, e poi ci si è un po’ persi
secondo me, in nome del rispetto verso la complessità, in una ridda
frammentata e frammentaria di opinioni. Forse per questo la videoarte
non è riuscita a diventare mai una vera avanguardia: l’avanguardia è
una frattura, è l’imposizione (anche violenta come tutte le
rivoluzioni) di un’estetica (a patto che ce ne sia una, ovviamente), è
la dichiarazione di guerra ai propri (pro)genitori. Più studiavo la
videoarte, e più mi imbattevo in videoartisti che non si presentavano
come videoartisti ma come: artisti che usano il video (come se per un
pittore fosse necessario dire di essere un artista che dipinge), poeti
elettronici, videoperformers, registi video, e una pletora di
definizioni ognuna calata nel proprio piccolo ego. Nel frattempo Bill
Gates decideva, in maniera proterva e violenta, che word sarebbe stato
lo standard per chi voleva scrivere con il computer: e così è stato, e
quella è stata una rivoluzione culturale. Come diceva Mao, “Le
rivoluzioni non si fanno in salotto”, e vi garantisco che non mi sono
simpatici nè Mao nè Bill Gates, ma mentre l’ambito videoartistico ha
passato anni a cavillare su se stesso, nessuno si è accorto che il
mondo delle immagini è cambiato proprio grazie ai videoartisti: anzi,
se ne sono accorti i pubblicitari, i registi di videoclip e molti
registi di cinema, ma gli altri non tanto. Non a caso, Bill Gates e i
fondatori di MTV furono allievi di uno dei tanti workshop organizzati
da Nam June Paik nelle università americane…
Ma venendo a noi, e pondendoci una semplice questione: che fare col
termine videoarte? Io onestamente lo uso ancora per una questione di
comodo: da un lato perchè fare video oramai vuol dire tante cose
(documentari, videoclip, matrimoni, istituzionali, programmi
televisivi), e dall’altro perchè purtroppo, soprattutto in Italia,
videoartista vuol dire “quello che fa i video per le gallerie”, che è
una definizione che detesto, ma comunque indica già di per sè un tipo
di ambito. In sostanza: per me videoartista è semplicemente colui che
fa video (in svariate forme e con svariati mezzi) per comunicare dei
contenuti usando in maniera appropriata la tecnologia, ovvero
riflettendo sullo specifico del mezzo che usa, perchè sono ancora
convinto che ogni mezzo, digitale compreso, abbia il suo specifico e
sta nella sensibilità dell’artista usarlo per poter comunicare. Questo
perchè per me la parola video assomma dentro di sè svariate tecnologie,
da quella analogica a quella digitale, e se vedo un “filmato” o un
“corto”, come si usa tanto dire oggi, fatto in digitale per me quello
comunque è sempre e solo un video, perchè filmato e corto(metraggio) e
anche film sono termini che si riferiscono ad un supporto, la
pellicola, che sempre di più non ha senso usare, perchè se anche
vengono distribuiti in pellicola questi prodotti sono fatti con
tecnologie, sia analogiche che digitali, che producono video.
E se poi qualcuno ha paura ad usare il termine arte o artista, bene: si faccia da parte e si occupi di altro.
Alcuni
cataloghi d’arte annoverano, nell’”olimpo” degli artisti multimediali,
autori che fanno del mezzo video un uso sostanzialmente
ausiliario/descrittivo. Dalla ripresa di perforances, a fiction in 3d
animation. Raramente troviamo segnalati autori che, con una ricerca il
più possibile pura, hanno realizzato una poetica intimamente connessa
al mezzo espressivo. Ad esempio, artisti come Interno3, o
Bianco-Valente, ci sembra si contrappongano ad un esercito di
ballerini, pupazzi animati, poeti con telecamera, architetti 3d,
webdesigner, land-artisti, opinionisti sociali, e anche registi.
C’è chi esalta proprio questa “indeterminatezza” del fenomeno, come
caratteristica specifica della videoarte. Troviamo un po’ deleterio
questo non delimitare, non-definire, non-teorizzare, che, per quanto
tipico del nostro tempo, risulta inevitabilmente paradossale, ogni
qualvolta le opere vengono abbinate ad un’idea di ricerca (molto
spesso: è quasi un luogo comune). Che ne pensi?
Noto e
apprezzo l’ironia della domanda… Il discorso per me qui si fa complesso
e, dico la verità, un po’ cinico: l’ambiente videoartistico che ha
usato il video e non la videoinstallazione ha sostanzialmente perso,
nel senso che è stato assorbito dall’ambiente videomusicale,
cinematografico e (soprattutto all’estero) televisivo.
La videoarte ora sta nelle biennali e nelle gallerie d’arte, e anche un
certo tipo di video monocanale si sta diffondendo in questo settore. In
quest’ambito la maggior parte degli organizzatori e dei teorici
arrivano, ovviamente, dal mondo dell’arte. Mentre, come mi disse la
proprietaria di una galleria d’arte che si occupa solo di video, i
teorici e organizzatori più giovani che oggi lavorano in questo settore
e che stanno “infiltrando” il video monocanale nel mondo delle gallerie
arrivano dal cinema: per meglio dire, sono teorici di cinema che non
hanno avuto un gran successo nel loro settore, e hanno cominciato ad
occuparsi di video giusto perchè era un ambito nuovo, scoperto, da
occupare, e qualcuno c’è riuscito meglio di altri. Quindi coloro che
arrivano dal mondo dell’arte ragionano col loro metro di giudizio e si
trovano comunque ad avere a che fare con delle “tradizioni” culturali,
che sono fondamentalmente due: l’arte concettuale e la performance.
Mentre chi arriva dal cinema ha come punti fermi le tradizioni del
cinema sperimentale e del film d’artista.
Questo tipo di ambito artistico ha sviluppato un mercato, fatto di
persone che comprano (enti, istituzioni, musei, ma soprattutto singoli
collezionisti), situazioni che espongono (musei, mostre, gallerie,
fondazioni, fiere), enti o singoli che producono o diffondono. Questo
non si è mai verificato nell’ambito del video monocanale, per cui è
anche per questo che molti che operavano in questo settore sono
trasmigrati altrove o sono diventati autori di videoinstallazioni. Come
dar loro torto: se non esite il mercato, e non hanno voglia di fare
videoclip o altro… Ma questo mercato ha regole precise: la fissità
stilistica (c’è chi la chiama cifra stilistica, ovvero: l’artista deve
essere un numero), l’alternanza: prima andava di moda Nam June Paik
(monitor, astratto, colorato, veloce, divertente, disimpegnato,
anticipatore del videoclip), ora va di moda Bill Viola (semplice,
possibilmemte in bianco e nero, riflessivo, referenziale, lento,
videoproiezioni, sostanzialmente cinematografico), l’aderenza ad una
supposta modernità del mezzo, per cui ora va di moda l’interattività
(anche qui ci sono esigenze di mercato: un ente, solitamente pubblico,
può attirare una audience giovane e non specializzata perchè ci si
diverte tanto ad interagire) e via di questo passo… non sto criticando
nessuno, così va il mondo, date un tono ironico a queste parole senza
inflessioni…
Insomma, essendoci un mercato esistono dei trend: il trend di oggi è la
contaminazione col mondo pop, quindi Chris Cunningham, regista di
videoclip, presenta una videoinstallazione alla Biennale di Venezia, se
un artista visivo sposa Bjork diventa una celebrità, Martin Gore dei
Depeche Mode fa performance artistiche per le gallerie, Madonna esporrà
a New York, e via così. In ambito prettamente videoartistico, Pipilotti
Rist è il personaggio che assomma meglio. Ad esempio, queste
caratteristiche e queste esigenze. E ora mi permetto una delle tante
digressioni: adesso l’artista deve andare agli aperitivi, organizzare
parties, essere alternativo ma solo con se stesso (magari facendo
performance brutali o ficcandosi innesti, possibilmente molto
tecnologici, dove più gli pare) e lasciar perdere discorsi sociali,
politici, o che: insomma, deve comportarsi come una star, deve
ostentare ricchezza e abilità manageriali. Gli unici che possono ancora
osare dire qualcosa sono i cantanti come Bono Vox o Bob Geldolf, ma
devono andare dal Papa e parlare di macroproblemi irrisolvibili come
l’azzeramento del debito dei paesi africani, o che so, l’ozono, lo
scioglimento delle calotte polari, e via dicendo. Poi però: tutti in
fila a cantare una canzone per commemorare l’11 settembre e
giustificare la guerra in Iraq…
Onestamente, non sto dicendo che sia un bene o un male (sono un fan di
Madonna e gli U2 prodotti da Brian Eno non sono niente male), sto
fotografando l’attuale: che gli architetti oggi come oggi gestiscano
gran parte del mercato dell’arte nella veste di artisti, ovviamente
multimediali, è un fatto che non deve stupire perchè per anni gli
architetti sono stati la categoria che più di tutte è stata “dall’altra
parte”, ovvero ha acquistato opere d’arte. Conoscono il mercato quindi,
lo hanno in qualche modo guidato e soprattutto, col mestiere che fanno,
hanno più facilità di altri ad accedere a finanziamenti pubblici o
privati, e sempre grazie al mestiere che fanno hanno più accesso alle
tecnologie.
E qui arrivo al punto: perchè il mercato lo fa la gente, e in campo
artistico sono i collezionisti a fare il mercato. Quindi, nel bene e
nel male se sei un artista che lavora in quel settore è per loro che
devi lavorare: per arredare le stanze delle loro case.
Non so se ora ho risposto alla vostra domanda: ma il fatto, appunto, di
non definire mai e di fare sempre eccezioni da un lato, la scarsa
crescita di un pensiero teorico forte dall’altro, e in ultimo le
esigenze dell’unico mercato che esiste in questo settore, insomma tutte
queste cose insieme fanno sì che l’ambito, chiamiamolo così,
artistico-tecnologico viva in una solenne confusione, improvvisazione,
presunzione, ignoranza, ricerca di “scoop” e via dicendo….
Se
si dovesse parlare di una scena videoart in Italia, chi meglio di te
potrebbe delinearne dei tratti coerenti? Riusciresti a fare alcuni nomi
di autori particolarmente significativi?
Dunque,
mi sembra di fare pubblicità ai miei libri, ma datemi un vostro
indirizzo così vi mando un po’ di dvd dei miei video, così faccio
pubblicità anche a quelli…. L’ultima mia “fatica” è un libriccino che
si chiama “Banda anomala. Un profilo della videoarte monocanale in
Italia”, dove il termine monocanale è anche un po’ una provocazione ad
una serie di libri usciti sulla videoarte in Italia fondati sulla
confusione teorica di cui sopra. Lì mi lancio, all’inizio, in una serie
di definizioni categoriche, presuntuose, di parte, devo dire fastidiose
anche a me stesso… Mah insomma per dire che in quel libro ci sono i
miei gusti, sono indicati gli autori che per me hanno significato
qualcosa a livello video, ovvero
visivo-simbolico-contenustistico-emozionale, e quindi non posso fare
che ripeterli: Fabrizio Plessi, Gianni Toti, Studio Azzurro, Correnti
Magnetiche, Giovanotti Mondani Meccanici, Giacomo Verde, Theo Eshetu,
Carlo Isola, Monica Petracci, Agata Chiusano, Barberi e Di Castri…
molti di questi non hanno mai militato sul serio in ambito
videoartistico e il termine videoarte fa drizzar loro i capelli… ma per
me quello sono, e i video che cito sono stati importanti per la mia
formazione videoartistica…
Ma se per “scena” voi volete indicare
un movimento, un’atmosfera, un senso comune, in Italia non c’è niente
di tutto questo in questo settore. E tratti coerenti o per lo meno
comuni per me ci sono, come l’importanza data al testo e influssi
teatrali che in molti, quasi tutti, sono fondamentali per la loro
estetica visiva.. Ma non credo siano in molti a pensarla come me,
(soprattutto gli artisti citati) per cui prendetela come una opinione
assolutissimamente personale.
Ho
notato che nelle tue produzioni non compaiono molte
video-installazioni, e che, alla partecipazione a mostre d’arte, hai
forse prediletto festival e concorsi specificamente dedicati al video.
“Confondendoti”, a volte, persino nel mondo del cosiddetto
“cortometraggio”. Probabilmente, dato lo stampo quasi psicoanalitico di
certe tue opere, prediligi una visione televisiva o cinematografica, e
comunque individuale. Per così dire “oltremondana”. Una contemplazione
quasi iniziatica, contro una partecipazione che rischia di cadere nel
ludico (penso a certa arte contemporanea). In tal senso, negli ultimi
anni, hai registrato anche tu una minor disponibilità da parte dello
spettatore medio?
“Noi
non siamo arredatori: siamo chirurghi. Operiamo cervelli”: questo motto
che non vi dico di chi è, è il titolino di un capitolo di un video (che
in realtà è uno spettacolo multimediale) fatto da me che si chiama
“Hitler Garden”. Mi piace molto per spiegare il mio atteggiamento nei
confronti delle videoinstallazioni: io non ho voglia di arredare le
stanzette dei collezionisti, e quindi le videoinstallazioni nelle
mostre mi sembrano un po’ degli oggetti alla Ikea. Delle fiere di
arredamento di lusso. Che lo facciano gli architetti, sicuramente sono
i più bravi. Io non faccio design. E non disprezzo tutto ciò:
semplicemente non lo faccio. A Milano ho conosciuto una persona che a
casa sua ha due videoinstallazioni molto belle: una di Tony Oursler e
una di Fabrizio Plessi, e lo trovavo molto triste: l’arte rinchiusa
dentro ad una villa per celebrare l’ego di un collezionista…
Poi le
videoinstallazioni le faccio pure io, ma se riesco evito le gallerie.
Non so se avete notato, ma la contraddizione per me è una costante,
forse una persecuzione… Adoro fare le cose che non mi piacciono, c’è in
questo una logica da Samurai che mi affascina.
Comunque sì: prediligo il video perchè vorrei l’attenzione di un
pubblico. La gente che deambula nelle mostre e dà un’occhiata alle
videoinstallazioni non mi piace molto. Siccome ho la presunzione di
avere qualcosa da dire, e non solo delle forme da illustrare,
preferisco il buio, la gente attenta o costretta ad essere concentrata.
Mentre la distrazione dei live, del vjing non mi disturba perchè la
trovo comunque ricca di segnali per me: nei live c’è una reazione
fisica, emotiva, nelle gallerie è tutto molto cerebrale, protetto, il
pubblico solitamente arriva psicologicamente già molto preparato a ciò
che vedrà, e quindi al limite vuole essere solo stupito.
Sulla disponiblità del pubblico non so molto cosa dire… Dal punto di
vista formale (di percezione della forma), il pubblico è cresciuto ed è
diventato esigente. Con internet, e soprattutto con i videogiochi, un
certo tipo di computer grafica di qualità oramai è nota a tutti e
quindi se la vuoi usare come artista non ha più senso l’estetica dei
“mezzi poveri”, della “scarsa definizione” perchè il pubblico non ci
crede. Il pubblico cinematografico ad esempio sugli effetti speciali
non lo freghi più di tanto, anche un non addetto ai lavori vede quando
un effetto è fatto male o è poco curato. Mi direte: ma siamo artisti,
sì, sono d’accordo ma è un fatto percettivo, di rapporto opera-pubblico
molto importante. Bisogna confrontarsi con estetiche complesse, o
giustificare la povertà formale con un eccesso di contenuto o di tasso
di simbolismo, perchè anche l’estetica della “bassa definizione” è
oramai entrata a far parte del linguaggio dei videoclip e del cinema
(in questo caso è una bassa definizione silmulata, ma tant’è…). Quindi
forse è vero che a contatto con immagini tecnologiche il pubblico è
forse meno propenso a riflettere su qualcosa (ma dovrebbero essere gli
artisti a imporre al pubblico e principalmente a se stessi a farlo) ma
sicuramente è più esperto, smaliziato.
Dal punto di vista della promozione mondana del proprio operato, si osservano strategie diverse.
Un artista che non esponga in gallerie e mostre, può trovare conferme
nel sottobosco dei festival di video, ma queste partecipazioni spesso
sembrano isolate, slegate tra loro. Vi sono altri sbocchi, come il web,
che però, più che uno strumento di contatto, sembra un mondo a sé. Ma a
pensarci, “mondi a sé”, chiusi e autoreferenziali, sembrano anche
quello dell’arte contemporanea, quello dei festival di cortometraggi,
quello dell’home video, e così via. Come consigli di muoversi,
all’artista/autore?
Sulla
promozione mondana degli artisti ho già un po’ parlato. Una mia amica
ha fatto uno stage presso un pittore molto famoso di New York e mi
raccontava che la sua occupazione principale era di andare alle feste o
alle cene per procurarsi clienti, mentre aveva un paio di assistenti
che nel frattempo preparavano le opere. Questo modello di artista,
colui che lavora a livello di marketing di se stesso e di
frequentazioni sociali, inaugurato da Andy Warhol, è ancora quello
vincente… il modello della factory nella sua accezione più brutale: la
fabbrica, l’industria. Perchè funzioni tutto questo però bisogna che
esista un mercato che funzioni: l’artista che non fa videoinstallazioni
ad esempio non ha nessuno sbocco a livello di mercato dell’arte, deve
convertirsi ad altri mercati: il videoclip, la televisione, il cinema
ad effetti speciali, eccetera… Ma l’ho già detto.
Sul web l’unico problema è che chiunque può essere qualsiasi cosa. E non mi viene altro da dire su internet.
I mondi sono sicuramente chiusi, chi più chi meno. Non ho molti
consigli, se non quello che nel bene o nel male ho fatto io nel mio
percorso, più o meno strategicamente e più o meno ad istinto. Da
videoartista ho frequentanto molto poco i videoartisti e di più i
teatranti, i musicisti, i danzatori, i fumettisti… La trasversalità e
la disponibilità a collaborare sono due cose che consiglio a tutti,
così come il non rivolgersi esclusivamente al settore in cui si pensa
di dover lavorare. Fra videoartisti non c’è una grande solidarietà, per
tanti motivi, per cui è più facile trovare disponilità in altri campi.
Molta esperienza che io trasporto nei miei live video li ho imparati
lavorando per il teatro o per la danza. Il ritmo che metto nei miei
montaggi li ho imparati dalla musica e lavorando con musicisti. Insomma
bisogna saper fare molte cose: e se sei un videoartista non puoi
ignorare la fotografia, la pittura, la musica e via dicendo.
Su come fare la promozione mondana delle proprie opere però non ho
detto molto: temo di non esserne molto capace. E’ giusto una
considerazione che sto facendo in questi anni. Per un po’ di tempo ho
pensato che la soluzione migliore, non essendo riuscito a penetrare il
mercato dell’arte e non essendomi poi sforzato più di tanto, era di
“infiltrarsi” in altri mercati, quello editoriale o musicale per
esempio, ma devo dire che anche in questo caso i risultati non son
stati un gran che… forse per questo motivo adesso mi viene voglia di
lavorare ad un progetto cinematografico, che è l’unico “mercato” che
ancora non ho toccato…mah vi saprò dire in futuro.
Nel
tuo testo Segnali Video, mi sembra emerga un atteggiamento quasi
junghiano. Decostruendo le opere di autori diversi, hai evidenziato la
presenza di simbolismi ed archetipi naturali. Se tu dovessi individuare
una serie di autori che ben rappresentano la ricerca che tu stesso hai
continuato o esteso, quali nomi faresti, e perché?
Segnali
video ha un’impostazione assolutamente junghiana, per quello che posso
aver capito di Jung, che è un autore che ho amato più come filosofo che
come psicologo. In quel libro ci sono gli autori che più ho amato e più
ho odiato, per lo meno quelli che, e qui cito Huxley, mi hanno aperto
le porte della percezione. C’è anche un capitolo sul cinema
d’avanguardia, ma quello è in realtà un capitolo in cui in maniera
contraddittoria e provocatoria (almeno nelle intenzioni) dimostro che
molta videoarte non è altro che un prolungamento tencologico di molto
cinema sperimentale. E secondo me non è un bene.
Gli autori che ancora adesso mi affascinano sono fondamentalmente i
Vasulka e Rybczynski, e l’ultima ondata di francesi (Ramboz, Escalle,
Boustani). Paik mi diverte ma lo trovo più interessante a livello
teorico: da questo punto di vista lui è stato un vero rivoluzionario. E
poi soprattutto c’è una serie di video che mi hanno aperto gli occhi…
così come per il cinema difficilmente posso dire che mi piaccia un
autore: mi piacciono alcuni film, o dei pezzi di alcuni film…. Dei
Vasulka non salvo tutto, e neanche di Rybczynski. Un altro nome che
ammiro soprattutto per come si muove è Greenaway: i suoi film non mi
piacciono, invece alcuni suoi video sono meravigliosi ma guardo con più
attenzione come si trovi a suo agio in vari ambiti: dalle mostre, ai
film, ai progetti multimediali, ai video, ai film in HD.
Un po’ di nomi li ho fatti, il perchè è un po’ più difficile, c’è un
perchè per ognuno. I Vasulka da un punto di vista soprattutto formale:
il loro atteggiamento nei confronti della tecnologia lo trovo il più
radicale fra tutti, e le loro immagini sono straordinarie. Rybczynski
per la sua capacità di comunicazione e perchè è uno dei pochi ad usare
un certo tipo di ironia meno fanfarona di quella di Paik che lo ripeto
mi diverte ma ad un livello più suerficiale. I francesi che citavo
prima perchè hanno introdotto in maniera intelligente il compositing
digitale in un’orbita artistica, anche se li trovo un po’ vuoti ogni
tanto, ovvero molto formali alla francese, un po’ laccati, eleganti a
tutti i costi…
In
un tuo vecchio testo, Il Video: l’immagine elettronica creativa,
sottolinei la non-definizione dell'immagine come una qualità evocativa
della videoarte...se ben ricordo, sostieni che le immagini Betacam sono
troppo definite, e dunque irreali (un passaggio che non ho mai compreso
a pieno..). credi che un discorso come questo possa essere ancora
attuale, nell'epoca prossima all’avvento degli standard HD?
Correggo
la citazione e la spiego meglio. Se l’immagine elettronica evoca un
fantasma del referente, più aumenti le linee (il riferimento non era al
betacam, ma l’alta definizione) non fai che aumentare la definizione di
un fantasma. Un fantasma che si vede meglio, insomma, ma pur sempre uno
spettro: quindi come risultato è ancora più irreale. Sono sempre della
stessa opinione: è questo il motivo per cui “Final Fantasy” mi è
piaciuto, perchè lì ci sono dei magnifici spettri che fingono di essere
vivi e vegeti, degli automi perfetti appunto.
L’HD mi affascina: ne
sono totalmente incuriosito. Non perchè finalmente si può fare del
cinema a basso costo, ma perchè si possono fare dei video per il
cinema, che al momento è uno dei più grossi mercati (pur con tutta la
crisi che sta vivendo, ma forse anche per questo) che sta a guardare le
nuove tecnologie senza fare troppe domande, e quindi sta diventando un
ambito di sperimentazione. Può fare schifo come film, nella logica
narrativa del termine, ma “L’attacco dei cloni” di Lucas dal punto di
vista formale è assolutamente sperimentale, così come lo sono i film di
Rodriguez, gli ultimi di Greenaway, e molti videoclip musicali.
“Vidocq” di Pitof, un film fatto tutto in digitale, è uno straordinario
esempio di come molte intuizioni della videoarte siano utilizzabili in
altri ambiti.
Molti autori di video artistici, te compreso, si sono dedicati alla realizzazione di vj-set.
Nella dimensione live, che cosa cambia precisamente nel rapporto
creativo con le immagini? È possibile intendere le nuove possibilità di
manipolazione, come un’ulteriore evoluzione di quell’interattività che,
il video, ha permesso già con i primi telecomandi?
La curiosità nei confronti del vjing mi è venuta lavorando dal vivo per
il teatro e per la danza. Soprattutto, come dicevo anche prima, è
l’unico ambito in cui mi piace lavorare pensando di più allo spazio e
all’impatto che le mie immagini hanno nel pubblico. Un vj set per me è
una videoinstallazione dal vivo fatta in uno spazio che nn è una
galleria. L’improvvisazione, e soprattutto il contatto con la musica,
sono due componenti fondamentali che a me interessano molto. Lo dico
con sincerità; nei vj set mi diverto molto e mi sfogo. Posso usare
immagini che in altri contesti non userei mai. Ho fatto vj set di tutti
i tipi, da situazioni più “artistiche” e quindi elitarie, a situazioni
da pura discoteca, e giuro che questi ultimi sono i più divertenti.
Perchè sono le situazioni più difficili: hai un pubblico che non sta
dalla tua parte, se ne frega della videoarte, ha un immaginario che non
coincide col tuo, e quindi devi convincerlo.
Mi ricordo, le prime volte che ho fatto il vj a Torino con un gruppo di
dj torinesi (classica musica da rave), e quindi io rappresentavo una
sorta di novità-intrusione nel pubblico di questi dj, che a volte mi
arrivava in consolle il classico “ravettaro” completamente fatto che mi
diceva cosa gli piaceva e cosa no. Beh, nella mia vita da videoartista
non mi era mai capitato che a fine proiezione arrivasse qualcuno a fare
così: sì, magari ti fanno i complimenti, o magari ti dicono che c’erano
dei difetti, ma mai nessuno mi ha detto cosa gli era piaciuto o no. La
differenza è notevole: il ravettaro ha guardato le tue immagini,
l’altro no. Una cosa che ho imparato di me è che il mio pubblico è un
pubblico di drogati, ovvero quelli che aprezzano di più sono quelli che
si sono dotati più di altri di sostanze chimiche… sarà un segno?
A parte gli scherzi, per me è bello vedere in una serata la gente che
sta ferma e guarda le mie immagini, così come mi piace quando ti rendi
conto che sono le immagini e far ballare la gente. Per questo insisto
sul valore simbolico delle immagini tecnologiche, perchè con questo
tipo di pubblico (indifferenziato anche se, come dicevo prima,
smaliziato) ti rendi conto che cosa li attira e cosa no, perchè con
questo tipo di pubblico l’unica arma è agire sul loro inconscio e non
sui loro riferimenti culturali, ovvero li devi catturare laddove sono
più scoperti. Nei festival, nelle gallerie, non è così, non c’è
spontaneità perchè il pubblico è fatto fondamentalmente di addetti ai
lavori. E poi delle situazioni live mi piace l’atmosfera collettiva,
rituale se vuoi. Mi piace il buio e il livello di attenzione che la
musica e le immagini possono ottenere in questi ambiti.
Non anticipo troppe cose della domanda successiva, ma lavorare dal vivo
cambia necessariamente il rapporto che io ho con le mie immagini.
Primo: sei a contatto con una musica che non hai scelto, e che non sai
precisamente da che parte va. Il discorso sull’interattività per me è
interessante nell’idea che l’interazione è fra il pubblico le immagini
e la musica: il resto è un discorso tecnologico che ognuno affronta
come meglio crede, e qui mi fermo e rispondo alla prossima domanda.
Pensi
che il confronto con la dimensione live sia necessario per un
computerartista, di questi tempi? In certi casi, il passaggio è
risultato semplicistico (accumulazioni disordinate di immagini), o
addirittura fasullo (semplici proiezioni spacciate per v-j set). Alcuni
si sono indignati contro questa tendenza, sostenendo che software come
Resolume sono dei balocchi, e che chiunque può fare il vj. Insomma:
quand’è che un v-j set è un buon v-j set?
Ogni artista
decide cosa è necessario per lui. Non credo ai discorsi per cui,
siccome ora va una cosa, l’artista la deve usare. Intendere in questo
modo un artista significa considerarlo un puro e semplice consumatore
di prodotti, in questo caso software. Io fino a quando non credo di
aver utitlizzato un software fin in fondo, fino a quando non mi sento
padrone del mezzo, difficilmente lo cambio. Sono anni che uso After
Effects e solo da pochi mesi sto guardando altri software come
Combustion o Shake. Ogni programma più o meno fa le stesse cose, per
cui dal mio punto di vista meglio è saper tutto di uno che poco di
tutti. Quindi secondo me per un computer artista non è assolutamente
necessario confrontarsi con l’interattività e il live: è una delle
tante possibilità da scegliere.
Io dal vivo uso lettori dvd e mixer video: non ho mai usato computer e
per ora non è nel mio interesse farlo. Semplicemente perchè ho un’idea
di live che sonsiste nel mixare dal vivo diverse fonti, per diversi
scopi, e ne parlerò più tardi. Ma al momento non sono assolutamente
affascinato dal vivo di poter creare immagini. Soprattutto, non vedo
perchè un vj dovrebbe generare immagini dal vivo quando nessun dj
genera musica dal vivo: nessuno dal punto di vista musicale usa
programmi di generazione del suono in tempo reale, o se lo fa, genera
suoni, difficilmente musica. John Cage ha già fatto quello che
bisognava fare, quindi non scandalizziamoci più di tanto se il pubblico
si annoia a sentire suoni generati casualmente da un computer. Se vuoi
fare musica, per forza di cosa dei pattern predefiniti li devi avere. I
Chemical Brothers arrivano a fare i concerti con sei dat sincronizzati
(ovvero: mixano e basta), tutti i maggiori nomi di musica elettronica
che io amo (Amon Tobin, Aphex Twin, Plaid, ecc.) dal vivo suonano più o
meno identici come nel cd e quindi un motivo ci sarà… Appunto: o generi
suoni casualmente o fai musica. Sfido chiunque a godere di un live
degli Autechre (e anche loro hanno i loro samples e patterns).
Anche io sono capitato in mezzo a polemiche simili alla vostra domanda.
“Quello non è un vj set perchè non usa il computer dal vivo”, “era
tutta roba scaricata da internet”, “il vj non faceva nulla faceva tutto
il computer “, “non c’era nulla di interattivo” ecc. ecc. ecc…. Allora,
se facessi solo il vj e ricercassi lo specifico del mezzo-vj, sono
convinto che affermerei anche io che la generazione in tempo reale di
un’immagine sarebbe la strada da percorrere. Ma, smontiamo subito i
miti, la tecnologia al momento non ce lo consente: o meglio, ci
consente di fare quello che molti programmi per vj fanno: dei
salva-schermo in tempo reale che cambiano al ritmo della musica. E poi
non ne posso più di tunnel e frattali. Però, di nuovo, Bill Gates è
andato avanti e ha fatto quei simpatici programmi che fanno tutto da
soli, Windows Media Player: e a quel punto sarebbe opportuno chiedersi
che ci sta a fare un vj. Se il futuro del vjing è quello, è un futuro
fatto di computer e non di vj, come si può vedere in molti locali che
hanno un pc collegato ai videoproiettori e nessuno alla consolle...
Tutti gli altri programmi per vj (resolume, Module 8 e anche quelli più
elaborati come Isadora e Eyesweb) sono dei più o meno sofisticati
simulatori di mixer video. Se avessi uno spirito più informatico forse
userei Eyesweb…
Ma uso i mixer video, questo anche per una questione di ergonomia: mi
sento stupido a lavorare con la tasiera e il mouse, o con qualsiasi
tastierina midi dal vivo: ho bisogno di manopole, tasti, led luminosi e
tutta la atavica, archetipica, misteriosa immagine che il mixer video
ha. Mi è capitato parecchie volte che qualcuno veniva vicino a me e mi
chiedeva se quello che stavo usando era un computer: ovviamente ho
sempre detto di sì, se avessi detto di no mi avrebbero guardato come un
povero demente, un vecchietto fuori-trend. Ma era un mixer video. E il
problema è che la gente ci crede che un mixer video è un computer:
segno che oramai “basta la parola”…
Per quello che riguarda le immagini per un certo periodo ho
rimanipolato, rimontato, rimixato tutto materiale mio, scarti,
montaggi, prove, tutto il possibile. Tutte immagini registrate, già
fatte per altri scopi e per altri contesti. Poi ad un certo punto mi
sono messo a fare immagini apposta per i live, anche perchè ora sono
riuscito a imporre una condizione per me essenziale, ovvero quella di
avere molti videoproiettori e la stanza buia: dato che quindi i video
fanno anche luce, sono sia un vj che un light-jay. E, almento da quello
che sento dire dal pubblico, il fatto che ci sia qualcuno dal vivo si
sente, nonostante siano tutte immagini registrate e manipolate-mixate
dal vivo. Quindi in quelle famose polemiche potevo dire tranquillamente
che i miei vj set (che possono durare anche otto ore) le immagini erano
tutte mie e non scaricate o riciclate, e se poi non lavoravo (e non
lavoro) con il computer è semplicemente perchè io rasmetto immagini e
non pattern. Ma, a dir la verità: secondo me non questo è il problema.
Per me cosa fa un buon vj-set è il risultato finale, cioè che tipo di
immagini si accostano con la musica, e quindi che atmosfera, che mood,
come si esce dalla serata. Come e quanto il pubblico percepisce che c’è
una persona che sta manovrando le immagini e che tipo di reazione
emotiva ha. Secondo me il pubblico da una serata deve uscire
emotivamente cambiato, non razionalmente informato sul tipo di software
che il vj ha usato… Altrimenti, smettiamola di fare arte e mettiamoci a
fare gli ingegneri, o quei personaggi che io trovo detestabili,
solitamente calvi e con gli occhialini, che aprono il portatile e lo
stanno a guardare per tutta le serata, e tu ti chiedi cosa sta facendo,
se sta giocando o combinando qualcosa con le immagini…Insomma che sia
fatto tutto dal vivo o un po’ registrato onestamente non me lo chiedo:
è un fatto tecnologico che mi sembra da addetti ai lavori, quei
discorsi tipo “ma l’hai montato con Avid?”: l’ho montato io, che
c’entra il programma che uso?
Certo, ora esiste anche il 3D in tempo reale, ma la mia domanda è: “e
allora?” Cosa mi aggiunge dal punto di vista estetico, di significato,
di atmosfera? O semplicemente, siccome so che quell’immagine è generata
dal vivo, e ci dev’essere qualcuno che me lo dice altrimenti non me ne
accorgo, devo fare “Oooooh?”… Comunque, ultimamente sto guardando con
un certo interesse la playstation: non per giocarci, ma per usare il 3D
in tempo reale: ma su questo non so ancora nulla, sto solo a guardare…
Il
video è un mezzo sempre più accessibile a qualsiasi fascia di utenza, e
sempre più persone sono in grado di fare montaggio. Pensi che sia
possibile un’applicazione sociale della creazione video digitale? Una
sorta di psicoanalisi per immagini che chiunque potrebbe sviluppare,
magari con una supervisione psicologica o pedagogica?
Beh
sì, io credo che in generale l’arte sia una buona valvola di sicurezza
per qualsiasi borderline, lo dico per esperienza personale. Il video,
in un certo senso, mi ha salvato la vita: credo che se non facessi
video sarei un serial killer. Che questo sia riconosciuto anche dalla
comunità scientifica lo vedo più difficile, anche se non impossibile,
diciamo che la creatività spesso è considerata una cura per i giovani o
giovanissimi, mentre anche per gli adulti sarebbe una buona cosa.
Esistono psicologi che hanno affrontato quest’argomento ma senza
approfondirlo mai troppo, così come esiste una psicologia dell’arte.
Mettere insieme discipline diverse, una che vive dell’irrazionale, e
l’altra che si suppone studi scientificamente l’inconscio non è cosa
facile: giusto gli psicolgoi che ammettono di essere matti lo possono
fare.
Sempre a proposito di un’uso personale e rigenerante del mezzo video.
Con Drop out experience, osservando i casi specifici di alcuni autori,
abbiamo constatato l’esistenza di svariate “ritualità” creative.
"Video" come sorta di "rito". Hai mai potuto osservare forme di
liturgia, o di coerenza particolari, che tendevano a svilupparsi
attraverso il flusso creativo?
Il flusso video sta vicino al flusso della coscienza-inconscienza. La
ritualità è un elemento che percorre molte delle avanguardie che hanno
promulgato un uso personale del mezzo. Stan Brakhage, checchè se ne
dica, è un artista rituale, così come lo è Bill Viola, il suo più
diretto epigono sul versante video. C’è molta sessualità e sensualità
nel fare video, nell’avere a che fare con i flussi, i ritmi: al di là
del voyeurismo che ci può essere o meno nella pratica del video, è
proprio nel mezzo che risiede un quid di erotismo che ora come ora non
saprei definire meglio. E l’erotismo è ritualità, la sessualità e
energia: è come se il video desse una forma a queste cose.
http://www.dropoutexperience.com/amaducci.htm