CHE FINE HA FATTO LA VIDEOARTE?

FZZZ… CHE FINE HA FATTO LA VIDEOARTE?

Nuove tendenze, percorsi e contesti. In appendice l'intervista al giovane artista torinese Alessandro Amaducci.

Dalle prove di Bragaglia all’apogeo di Nam June Paik, fino alla ridiscussione del figurativo e dell’astratto, del narrativo e dell’autoreferenziale, la videoarte snoda la sua fulminea storia attraverso l’appropriazione delle nuove tecnologie, che rendono l’artista sempre più selezionatore e modificatore delle immagini, che non suo medesimo creatore.

Il panorama attuale presenta tre segmenti esperienziali: la videoinstallazione, ossia il coinvolgimento dello spazio esterno al perimetro del video con l’ideale intento di abbracciare con le immagini e il suono ciò che è al di fuori di essi, il video d’artista, ossia l’esperienza dell’artista performativo che si mette in scena, e la video arte “monocanale”, il filone del video-clip, che opera una fusione tra linguaggio pop e arte, interpretato, tra gli altri, da Chris Cunningham e Matthew Barney.Altri trend sono quelli del digitale astratto, e il fronte Vjing.

In Italia, la tendenza dominante risulta essere la videoinstallazione interattiva, caratterizzata dal coinvolgimento attivo dello spettatore, che diviene così parte del farsi dell’opera; a questo proposito è chiarificatrice la spiegazione che offre Simonetta Cargioli nel volume “Sensi che vedono” quando afferma che “lo spazio dell’installazione interattiva è uno spazio critico, problematico, sensoriale, spesso ludico, volto a coinvolgere i visitatori in un gioco di ruoli”[1].

Accanto a questo forte filone, hanno notevole spazio le videoinstallazioni, che giocano con l’area dell’allestimento e costruiscono uno spazio polisemico, in cui lo spettatore vive un’esperienza di immersione percettiva, pur non avendo un ruolo attivo nel senso canonico del termine.

Un particolare rilievo ha  l’attività del gruppo Studio Azzurro, la cui produzione artistica gioca sulla creazione di spazi e sulla loro caratterizzazione in base all’elemento video e al suo allestimento.

Nel panorama torinese sono particolarmente attivi nei circuiti galleristici Giuliana Cunéaz e Carlo Gloria, di cui recentemente è stata realizzata una temporanea collettiva alla GAS art gallery di Torino. 

Nei circuiti alternativi dei festival e delle manifestazioni artistiche, svincolate dal mercato dell’arte, spicca l’opera del videoartista torinese Alessandro Amaducci.

La sua arte è figlia di uno straniante e coinvolgente processo che trova nel cinema del passato, nella musica sperimentale del presente e nella manipolazione digitale gli elementi principali. E’ una continua richiesta di attenzione attiva, che mostra con grande  ironia una personale visione del reale e dell’arte.

La sua attività si snoda lungo un percorso anomalo, che passa dal cinema, al fumetto, alla mail art, fino alle esperienze di vj live, che caratterizzano la sua ultima produzione.

Da Illuminazioni, ispirato all’opera di Arthur Rimbaud, a  Che fine ha fatto Baby Love, fino ad Attacco psichico del 2004, Amaducci crea un connubio tra immagine e musica, offrendo la saldezza strutturale di un canovaccio tematico, libero dai canoni narrativi, e sostenuto dai legami iconografici. 

Dove l’immagine dinamica diviene materia di manipolazione, e il suono dell’azione si scinde da essa evolvendosi nel tempo e nello spazio, lì si muove Alessandro Amaducci.[leggere con tono anni Cinquanta]

 

Intervista ad Alessandro Amaducci

 FF: Attualmente ci sono molti artisti che si cimentano con la videoarte. Esiste un confine o una distinzione tra la sperimentazione video e cinematografica? 

AA: In realtà è sempre in corso la diatriba su chi considerare videoartisti: ossia  se anche chi utilizza un linguaggio cinematografico possa o meno rientrare in questa categoria.

Tuttavia, dall’avvento del digitale tutto è stato messo in discussione: cinema, video, televisione, poiché la caratteristica del digitale è la capacità di rimescolare e affievolire le diversità tra i linguaggi audiovisivi.

 FF: Ma ci sono artisti che riescono a muoversi nei diversi ambiti della videoarte, in grado di padroneggiare con competenza i differenti mezzi espressivi? 

AA: Per quanto riguarda la videoarte monocanale e le videoinstallazioni, Bill Viola e Nam June Paik sono quei pochi che riescono a fare le due cose, con risultati interessanti. E’ difficile trovare persone che lavorano bene sui due campi.

 FF:  Qual è il quadro della situazione internazionale dei circuiti in cui si muove la videoarte oggi? 

AA: In Europa al momento il panorama più attivo e più interessante è senza dubbio quello tedesco, dove la videoarte ha spazi e considerazione maggiori.

In realtà c’è difficoltà per un videoartista europeo, rispetto ad un videoartista americano, ad entrare nei circuiti di diffusione.

Negli Stati Uniti tutto ciò che è espressione nuova e creativa è tenuta in grande considerazione, mentre in Europa è molto più difficile crearsi uno spazio di visibilità e di mercato.

I circuiti di diffusione per gli artisti emergenti sono i festival di videoarte, mentre per comprendere e vedere in anteprima le nuove tendenze le fiere di Basilea e Kassel rappresentano le vetrine più importanti, da cui poi parte il vero mercato.

 FF: E la situazione italiana?

AA: In Italia la videoarte è ancora considerata una moda, un trend che vive grandi ondate d’interesse alternate a momenti di stasi, soprattutto nelle grandi fiere. Ne è prova la Biennale di Venezia del 2003  in cui si è dato ampio spazio ai videoartisti, rispetto alle edizioni passate.

Per quanto riguarda il circuito galleristico, ci si sta muovendo in senso cinematografico, con un interesse per artisti come Yuri Ancarani, che è più un video maker che un videoartista.

Si può dire che l’ambito delle gallerie sia molto conservatore, in questo campo, per esempio vanno ancora molto i film d’artista.

 FF: Per quanto riguarda il mercato della videoarte, qual è al momento la situazione generale?

AA: Le videoinstallazioni si vendono ancora tanto, soprattutto tra i collezionisti, mentre i musei hanno difficoltà ad accogliere nelle proprie collezioni opere di videoarte, a causa dei costi di allestimento e dei cambiamenti di tecnologia. Il problema è infatti la riconversione delle opere nei  nuovi formati video: il digitale ha reso necessario un continuo aggiornamento dei supporti, che per i musei rappresenta un onere piuttosto gravoso.

 FF: Quindi le videoinstallazioni costituiscono il grosso del mercato della videoarte?

AA: Si, per ora le videoinstallazioni incontrano il favore del pubblico e degli acquirenti, grazie al meccanismo dell’interattività di molte di esse, che ha un indice di gradimento maggiore, poiché stimola lo spettatore all’intervento diretto nell’opera.

In Italia gli Enti pubblici investono molto sulle opere o sui progetti che presentano un carattere interattivo, per il resto ci sono pochi finanziamenti.

 FF: La tua arte si può collocare in un ambito specifico?

AA: Per le sue caratteristiche il mio lavoro non è legato ad un particolare settore commerciale o di diffusione; preferendo il monocanale, opero con maggior libertà rispetto ai dettami commerciali che influenzano gli artisti che realizzano videoinstallazioni.

La diffusione e la notorietà dei lavori che realizzo corrono sui binari alternativi delle manifestazioni e dei festival, tra i quali Hic et Nunc, una Biennale d’arte in Friuli, Invideo a Milano, Immaginaria a Palermo, e ultimamente il festival pesarese ExXiment 001, nell’edizione di quest’anno.

 FF: A cosa stai lavorando in questo momento?

AA: Quest’estate ho realizzato la scenografia video per uno spettacolo di danza dedicato a Salvador Dalì, allestito durante l’estate a Civitanova Marche (MC), prodotto da Civitanova Danza, per la compagnia Nucleo del Tratto Solitario, composto da me e dalla danzatrice e coreografa Paola Chiama e da Doriana Crema.

 

 

Francesca Simonetti

Federica Tammarazio

 

 

 

 



[1] Simonetta Cargioli, SENSI CHE VEDONO, Ed. Nistri-Lischi Pisa, 2002 p.112